CERCANDO DI DECIFRARE IL LIBRO DEI SOGNI (O DEGLI INCUBI) DEI FARAONICI PROGRAMMI NUCLEARI

– Febbraio 2008
Di ANGELO BARACCA, Dipartimento di Fisica, Università di Firenze

Sezione 3

PARTE 2: LE PROPOSTE DI RILANCIO DEL NUCLEARE CIVILE
SECONDA FASE, DOPO IL 2040

Le luminose prospettive del nucleare di IVa Generazione: l’uovo … domani (2040) senza nessuna gallina?

Veniamo ora alla “fine della storia”: i decisivi sviluppi che ci attendono, dopo il 2040, se li sapremo preparare con la ripresa di oggi. È essenziale a questo proposito entrare finalmente nel merito dei futuribili reattori di IVa Generazione. Molti profani si chiedono infatti che cosa siano, et pour cause, dato che ancora non esistono.
Molti prototipi diversi sono in fase di studio o costruzione, tanti da chiedersi, anche qui, se non siano anche troppi! L’iniziativa Generation IV International Forum (GIF), avviata dal DoE nel 2000 con una serie di paesi, dopo “avere lavorato due anni all’esame di un centinaio di alternative tecnologiche … è giunta alla selezione dei sei concetti più promettenti” . Diviene forse legittimo chiedersi se si stia lavorando veramente in modo coordinato per trovare la (o le) filiere migliori, o se non si stia piuttosto brancolando in diverse direzioni, o se si stia più semplicemente sviluppando una spietata concorrenza. I diversi prototipi sono in fase di studio in paesi diversi, il che presuppone un’idilliaca armonia planetaria per il prossimo mezzo secolo. Agli albori del nucleare ci vollero una decina d’anni, o meno, per realizzare le filiere dei reattori di IIa Generazione: possibile che oggi, con le competenze che si sono accumulate, ci voglia quasi mezzo secolo?
Rinviando per una descrizione per quanto possibile più precisa all’Appendice 1, menzioniamo questi sei nuovi sistemi nucleari selezionati. In primo luogo, quattro di essi sono reattori veloci (FR, Fast Reactor), due dei quali refrigerati a sodio o a piombo; propongono ovviamente il ciclo chiuso del combustibile (conversione dell’uranio fertile in fissile, e gestione degli attinidi: v. oltre):
— Sodium-cooled Fast Reactor (SFR), veloce, refrigerato a sodio;
— Lead-cooled Fast Reactor (LFR), veloce, refrigerato a piombo (o eutettico(88) piombo-bismuto);
— Gas-cooled Fast Reactor (GFR), veloce, refrigerato a gas;
— Supercritical-Water-cooled Reactor (SCWR), veloce o termico, refrigerato ad acqua in condizioni super-critiche(89);
— Molten Salt Reactor (MSR), termico, reazione a catena in una miscela circolante di Sali fusi;
— Very-High-Temperature Reactor (VHTR), moderato a grafite e refrigerato a elio, ad alta temperatura (per la produzione di idrogeno oltre che di elettricità), ciclo del combustibile ad un solo passaggio (once-through, senza ritrattamento).
Ma non finisce qui. A questi sei prototipi promossi dal GIF bisogna aggiungere poi il considerevole numero di quelli sviluppati da un’altra iniziativa internazionale complementare, INPRO (International Project on Innovative Nuclear Reactors and Fuel Cycles), lanciata nel 2000 dalla IAEA, guidata in un certo senso da Russia, Cina e India (che non partecipano al GIF), con l’ulteriore partecipazione di Argentina, Brasile, Bulgaria, Canada, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Indonesia, Corea, Olanda, Pakistan, Sudafrica, Spagna, Svizzera, Turchia, con il contributo anche della Commissione Europea. Il panorama è quindi estremamente complesso, e riflette più un’immagine di forte competizione che di armoniosa cooperazione. La Cina, oltre a collaborare con il Sudafrica per il reattore “a letto di sfere” (pebble-bed), sta sviluppando un reattore ad alta temperatura (HTR), con il quale conta di produrre idrogeno in varie regioni dell’immenso paese. La Russia lavora allo sviluppo di diverse filiere: reattori ad acqua evoluti (IIIa Generazione); reattori veloci refrigerati a sodio o a piombo-bismuto (refrigerante usato da 40 anni nei reattori degli otto sommergibili della classe alfa), con combustibile misto uranio-plutonio, riciclabile più volte, e ciclo chiuso. L’India poi sta seguendo anche una strada molto originale, un reattore al torio, su cui ritorneremo. India e Russia progettano piccole centrali galleggianti da costruire nelle zone costiere, da usare ad esempio per la dissalazione dell’acqua. L’India, mentre negozia l’accordo strategico con Washington, riallaccia i rapporti con Pechino: l’incontro tra i capi di Stato del 21 novembre scorso ha trattato esplicitamente di futura cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare. La prevalenza di concetti di reattori veloci è confermata dal fatto che vi lavorano attivamente la Cina, la Russia, l’India, oltre al Giappone e alla Corea del Sud.

Le ineffabili caratteristiche tecniche: il mito del “nucleare sostenibile”

Dopo questo sintetico quadro veniamo alle caratteristiche tecniche, che costituiscono l’aspetto fondamentale (ancorché rinviato a dopo il 2040) dell’offensiva di rilancio del nucleare. I reattori di IVa generazione in corso di studio si basano su principi innovativi, in contrasto con la concezione evolutiva dei reattori di Generazione III e III+. Rinviando all’Appendice per complementi tecnici, mi limiterò qui alle caratteristiche generali. Per queste conviene lasciare la parola agli esperti:
“I sistemi nucleari di IV Generazione dovranno rispettare i seguenti requisiti:

  1. Sostenibilità, ovvero massimo utilizzo del combustibile e minimizzazione dei rifiuti radioattivi;
  2. Economicità, ovvero basso costo del ciclo di vita dell’impianto e livello di rischio finanziario equivalente a quello di altri impianti energetici;
  3. Sicurezza e affidabilità; in particolare i sistemi di IV Generazione dovranno avere una bassa probabilità di danni gravi al nocciolo del reattore e tollerare anche gravi errori umani; non dovranno, inoltre, richiedere piani di emergenza per la difesa della salute pubblica, non essendoci uno scenario credibile per il rilascio di radioattività fuori dal sito;
  4. Resistenza alla proliferazione e protezione fisica contro gli attacchi terroristici.”(90)

Vi sono vari aspetti su cui è opportuno soffermarsi. Due punti, in primo luogo, risultano cruciali per il luminoso futuro nucleare che ci viene promesso … verso la metà del secolo, la realizzazione di un nucleare sostenibile: i nuovi sistemi di IVa Generazione dovrebbero infatti risolvere drasticamente

  1. sia il problema della disponibilità illimitata del combustibile nucleare,
  2. sia il problema delle scorie nucleari, “chiudendo” il ciclo del combustibile!

Si tratta di due aspetti molto delicati, e non semplici dal punto di vista tecnico-scientifico, strettamente legati fra loro. Proviamo a spiegarci nei termini più semplici possibili (v. le Schede 1 e 2 per dettagli tecnici). Da un lato, i futuri reattori veloci (o “a spettro neutronico veloce”, come se cambiare le parole esorcizzasse il problema) dovrebbero avere la possibilità di trasmutare sotto il bombardamento neutronico i nuclei radioattivi pesanti – che costituiscono la componente dei residui nucleari a lunghissima vita media – trasformandoli per di più in nuovi nuclei fissili, e quindi in nuovo combustibile nucleare, semplificando in tal modo i due problemi ad un tempo, dei residui nucleari e della disponibilità di combustibile; dall’altro, il ritrattamento multiplo del combustibile dovrebbe consentire di estrarre e riutilizzare gli isotopi fissili come nuovo combustibile. Con questo si intende il termine “nucleare sostenibile” (forse tra un po’ ci verrà anche detto “ecologico”).
Prima di entrare negli aspetti specifici vale la pena riportare integralmente le affermazioni in proposito dei documenti a cui facciamo riferimento:

“Con l’utilizzo di sistemi nucleari sottocritici ‘trasmutatori’ (cosiddetti ADS, Accelerator Driven Systems, v. Appendice) e dei reattori di IVa Generazione a spettro neutronico veloce, accoppiati ad un ciclo del combustibile chiuso … attraverso processi di separazione e trasmutazione degli elementi radioattivi a vita lunga in elementi a vita breve, è possibile ridurre fortemente i volumi, i tempi di confinamento (da più di 100.000 anni a circa 700 anni), la radio tossicità ed il carico termico delle scorie radioattive, al fine di limitare quanto più possibile l’onere finanziario e sociale della loro gestione e l’esigenza di aumentare il numero dei siti di stoccaggio definitivo”(91).

“[La prevalenza di concetti di reattori con spettro neutronico veloce] si spiega con le preoccupazioni riguardo ad un’adeguata disponibilità in natura di materiale fissile … Una buona parte delle centrali nucleari attuali non prevede il ritrattamento del combustibile irradiato, che permetterebbe di recuperarne il plutonio, nonché la grande frazione di uranio ‘depleto’ [sic! Come se non ce ne fossero già al mondo quantitativi spropositati, e non venisse usato sconsideratamente a scopo militare!], il quale a sua volta può essere ‘fertilizzato’ con bombardamento neutronico per produrre altro materiale fissile. In questa ipotesi di ciclo nucleare ‘aperto’ in cui il combustibile scaricato dall’impianto è considerato un rifiuto, il principale problema strategico dell’energia nucleare da fissione è la disponibilità di combustibile, oltre che la gestione di rilevanti quantità di rifiuti radioattivi ad alta attività e lunghissima vita. … se invece si procede al ritrattamento del combustibile irradiato, e mediante l’uso di reattori a flusso neutronico veloce che fungono da ‘fertilizzatori’, è possibile estrarre dall’uranio naturale all’incirca 100 volte in più di energia (e quindi raggiungere una disponibilità di millenni …) … Infine, anche il torio, più abbondante in natura dell’uranio, sottoposto a flusso di neutroni veloci, genera un altro isotopo fissile dell’uranio, l’uranio-233, che può essere usato come combustibile nucleare.”(92)[Per il torio v. l’Appendice]

“Il trattamento del combustibile esaurito e il multi-riciclaggio sono la base su cui i futuri reattori di IVa Generazione raggiungeranno la sostenibilità. … In associazione con lo sviluppo di un robusto sistema di reattori veloci, è necessario realizzare una strategia flessibile di separazione e trattamento, volta a un ciclo chiuso del combustibile che utilizzi meglio le risorse fertili attraverso un riciclaggio multiplo dell’uranio e del plutonio. Questa strategia include lo sviluppo della chimica degli attinidi, la tecnologia di separazione e combustibili contenenti meno attinidi mediante l’irraggiamento di tale combustibile nel reattore. Questa strategia coerente a lungo termine consentirebbe la transizione dal mono-riciclaggio del plutonio attualmente praticato nei reattori ad acqua leggera (LWR) al multi-riciclaggio nei reattori di IVa Geenerazione.”(93)
Tutto questo sulla carta, dato che si scommette su tecnologie complesse ancora, e per lungo tempo, in corso di studio: quante promesse “di marinaio”, e garanzie, ci davano i filo nucleari negli anni ’70 e ’80! Anche per le possibilità di separazione e trasmutazione degli isotopi si scommette sul futuro, se è vero che, pur citando una serie di programmi in Europa, USA e Giappone, si conclude che “stanno entrando in una fase di valutazione tecnico-economica e di definizione dettagliata delle varie tecnologie associate”(94): la tecnologia e l’innovazione sono sempre scommesse sul futuro, ma qui su delle scommesse si vuole basare il lancio preventivo di un colossale, costoso e rischioso programma nucleare!
Una prima osservazione generale, prima di entrare nei punti specifici: ancora una volta si parla di plutonio, di riciclaggio (ritrattamento), di uranio depleto, come fossero giocattoli innocui, o strumenti docili, in modo univoco, alle intenzioni ideali espresse. Di plutonio è costituito il nucleo della maggior parte delle testate nucleari e termonucleari esistenti nel mondo; il riciclaggio e l’estrazione del plutonio costituiscono la strada maestra seguita da paesi che hanno reattori nucleari in funzione per realizzare la bomba atomica; di plutonio straripa il mondo (1.800 tonnellate complessive stoccate, con possibile uso militare, v oltre); i rischi di sottrazione e traffici illeciti sono tra quelli più energicamente denunciati dalla IAEA; gli USA si oppongono radicalmente a negoziare un trattato “Cutoff” (FMCT, Fissile Material Cutoff Treaty), che imponga la fine della produzione di materiali fissili per fini militari; sovra-capacità di ritrattamento, di estrazione e stoccaggio di plutonio, difficilmente giustificabili, sono denunciati per il Giappone (ma non solo). Un panorama tutt’altro che rassicurante, che non richiede ulteriori commenti: né mi rassicura la prospettiva che potrebbe venire risolto, forse, dallo sviluppo del nucleare fra 30 anni, durante i quali è destinato ad aggravarsi.
Esaminiamo ora alcuni punti specifici, sezionando necessariamente questa strategia tanto compatta e futuribile da rischiare di essere fittizia.

La scommessa dei reattori veloci, i problemi del sodio e del piombo

Abbiamo sottolineato che la maggior parte dei prototipi in corso di studio sono reattori a neutroni veloci, e costituiscono un elemento cruciale della strategia complessiva, per “bruciare” gli attinidi all’interno del reattore(v. Scheda 2). I “reattori veloci” furono una delle strade proposte in passato per superare la limitatezza e l’esaurimento del combustibile nucleare (l’uranio), prospettando la possibilità del breeding (autofertilizzazione – la “fertilizzazione” dell’uranio 238, o del torio-232 (v. Scheda 1 per il plutonio e Appendice 2 per il torio) – da cui anche il nome di “reattori autofertilizzanti”), e addirittura visioni di un’economia basata sul plutonio (un po’ come oggi si vagheggia un’economia basata sull’idrogeno). La sperimentazione più spinta di questa tecnologia fu fatta dalla Francia (per la quale il plutonio era un componente fondamentale per la force de frappe) – con l’improvvida partecipazione dell’Italia – che realizzò prima il reattore sperimentale Rapsodie, poi il prototipo Phénix(95) , poiSuperphénix, che avrebbe dovuto inaugurare una filiera commerciale: la fine ingloriosa di questi progetti la dice lunga sulle incognite che gravano su un programma nucleare innovativo! Un reattore a neutroni veloci non può essere raffreddato ad acqua, poiché essa rallenterebbe i neutroni, per cui si usa un metallo liquido, per lo più il sodio (oggi anche il piombo-bismuto). Il sodio liquido è un metallo che si incendia al contatto con l’aria. Il ripetersi di incidenti dovuto al sodio in Superphénix impose l’abbandono del progetto. È vero che la ricerca sui reattori veloci, come abbiamo detto, non è stata abbandonata in vari paesi (un prototipo funziona in Russia), i sostenitori del nucleare vi insistono, ma non si può mancare di ammettere che fino ad oggi la strada dei reattori veloci non ha avuto successo, altrimenti la soluzione del breeding si sarebbe imposta commercialmente! I problemi posti dai reattori veloci, dai metalli liquidi di raffreddamento, non sono ancora stati risolti in modo soddisfacente e sicuro. Appaiono francamente esagerati ed incauti i toni fiduciosi, se non trionfalistici, usati dai sostenitori del nucleare, come: “Tra i reattori veloci, quello raffreddato al sodio al momento ha la base tecnologica più completa, grazie all’esperienza acquisita internazionalmente operando reattori sperimentali, prototipi e commerciali, come Phénix in Francia [sic! Superphénix non è nemmeno menzionato], PFR nell’UK e MONJU in Giappone”(96) . Così che sembra per lo meno azzardata l’affermazione apodittica: “data la maturità dei reattori veloci raffreddati a sodio, il prossimo impianto da costruire in Europa sarà un reattore prototipo con un sistema di conversione di potenza tra 250 e 600 MWe per dimostrare le innovazioni rispetto ai reattori veloci al sodio ed aprire la strada [che quindi non è ancora aperta! N.d.A] al primo reattore commerciale di IVa Generazione di questi tipo”(97). Mentre, vivaddio, si ammette che sussistono “alcuni problemi critici associati all’uso del piombo come refrigerante per reattori nel range di energia di 1 GWe, come il peso e la corrosione. … la manutenzione e la riparazione rimangono una sfida comune ad entrambi i refrigeranti a metallo liquido, il sodio e il piombo”(98) (corsivo mio).
Tanto più condivisibili, ed opportune, appaiono pertanto le ben più prudenti considerazioni dell’UCS, che conviene riportare estesamente. In primo luogo (neretto mio), “Non vi è nessuna base per assumere che nessuno dei progetti [di IVa Generazione] sarebbe significativamente più sicuro degli impianti nucleari attuali. … [Essi] hanno un’esperienza operativa piccola o nulla, per cui sono necessari modelli dettagliati al computer per predire accuratamente la loro vulnerabilità ad incidenti catastrofici, ma questo progetto è ancora nella sua infanzia, per cui sviluppare e validare estensivamente i modelli al computer per ciascun progetto sarà un compito formidabile”(99). E proseguendo
“… tutti i progetti usano refrigeranti che sono altamente corrosivi nelle normali condizioni operative e richiederanno quindi materiali strutturali avanzati capaci di operare in ambienti estremi. Questo è vero anche per il Very High Temperature Reactor (VHTR), che usa gas elio inerte come refrigerante, perché piccoli livelli di impurità sarebbero altamente corrosivi alla temperatura operativa di 1.000 oC. Lo sviluppo di questi materiali avanzati è speculativo, e l’insuccesso nel raggiungere l’obiettivo delle prestazioni si tradurrebbe in margini di sicurezza minori e costi operativi maggiori.
Per ridurre i costi, i progetti di IVa Generazione tendono a ridurre ove possibili i margini di sicurezza. Questo è in contrasto con il concetto fondamentale di ‘difese-in-profondità’, in cui sistemi di sicurezza di riserva compensano le incertezze nel funzionamento dei sistemi di sicurezza principali.
Per esempio, uno degli obiettivi di IVa Generazione è di eliminare la necessità di emergenza esterni …
I reattori veloci refrigerati a sodio (SFR) e a piombo (LFR) hanno problemi di sicurezza specifici dovuti ai loro refrigeranti. Il refrigerante al piombo-bismuto è meno reattivo ed ha un punto di ebollizione più alto del refrigerante sodio. Tuttavia è estremamente corrosivo, e quando viene irradiato produce radioisotopi altamente volatili (in particolare polonio-210) che sarebbe problematico contenere anche in condizioni operative normali.
… [Inoltre] se il nocciolo si surriscalda e il metallo liquido refrigerante bolle, la reattività del reattore e la potenza aumenterebbero rapidamente.
… i reattori veloci [a differenza della maggior parte dei reattori ad acqua leggera] non sono nella configurazione più reattiva nelle condizioni operative normali. Questo significa che un evento che porti il nocciolo ad essere più compatto – come una fusione del nocciolo – può innalzare in modo sostanziale la reattività, causando un rapido aumento della potenza che potrebbe vaporizzare il combustibile e fare esplodere il nocciolo. Una tale esplosione … sarebbe simile all’esplosione di una bomba nucleare a fissione molto piccola, di potenza esplosiva paragonabile ad una tonnellata di TNT.”(100)
Come sia possibile, in queste condizioni e con queste incognite, scommettere sulla sicurezza e i bassi costi delle soluzioni nucleari fra 30 o più anni rimane davvero un mistero! (O un imbroglio).
Bisogna aggiungere che “i reattori veloci non possono venire alimentati con uranio a basso arricchimento, ma richiedono o uranio altamente arricchito o plutonio”(101), aumentando così i rischi di proliferazione militare, come vedremo nel prossimo paragrafo.
Per quanto riguarda poi i rischi di sabotaggio o attacchi esterni, dal momento che questi progetti scommettono su un futuro lontano quanto imprevedibile, è opportuno ribadire che i nuovi impianti devono assolutamente essere dotati di difese passive efficaci, quali strutture di contenimento, più robuste di quelle attualmente previste per i reattori di Generazione III+ (con la sola eccezione dell’EPR): non sono accettabili nessun calcolo costi-benefici, nessun escamotage per ridurre i costi, che vadano a scapito di queste difese.

Uno degli aspetti più delicati e controversi: riprocessare o non riprocessare? Questo è il problema! Allarme proliferazione

Abbiamo sottolineato che l’aspetto cruciale per la “sostenibilità” dei progetti nucleari che vengono proposti è costituito dall’assoluta necessità del ritrattamento, anche multiplo, del combustibile esaurito. Si tratta del punto più delicato, complesso, e controverso, perché è quello più direttamente legato ai rischi di proliferazione nucleare militare. La “bestia nera” di tutta la faccenda si chiama plutonio. I punti cruciali sono che: il plutonio non esiste in natura, ma si forma dall’uranio-238 (U-238) nei reattori nucleari durante la reazione a catena (assorbendo un neutrone si trasforma dopo alcune trasmutazioni in plutonio-239, Pu-239: per questo l’U-235 si dice “fertile”); il plutonio-239 è appunto fissile, e costituisce l’esplosivo nucleare ideale, in particolare perché è “facile” in linea di principio separarlo dal combustibile irraggiato, essendo un elemento chimico distinto e usando pertanto reazioni chimiche; per farlo è però necessario ritrattare il combustibile irraggiato (raccogliamo nella Scheda 1 le nozioni fondamentali sul plutonio e il ritrattamento).
La storia del ritrattamento fino ad oggi è stata complessa. Molti paesi l’hanno adottata (Israele, India, Corea del Nord hanno estratto il plutonio per la bomba), ma pochi l’hanno sviluppata industrialmente, trattandosi di una tecnica estremamente pericolosa: Francia e Gran Bretagna ritrattano il combustibile di altri paesi. La principale eccezione è costituita dagli USA: da quando l’amministrazione Carter decise di non costruire impianti di ritrattamento per usi civili per ridurre i rischi di proliferazione militare, gli USA hanno adottato il mono-uso del combustibile nucleare (con i relativi problemi di stoccaggio e custodia del combustibile esaurito, v. Scheda 2). Lalobby nucleare sta esercitando forti pressioni sul governo statunitense perché, con l’iniziativa GNEP, cambi questa strategia e ricorra nuovamente al ritrattamento.
Abbiamo già ricordato che si sono accumulati nel mondo depositi di ben 1.800 tonnellate di plutonio (ne bastano pochi chili per fare una bomba), prevalentemente in depositi civili (a differenza delle altrettante 1.800 tonnellate di uranio altamente arricchito, v. Tabella 3). Nel mondo si generano ogni anno circa 100 tonnellate di plutonio nel combustibile esaurito. Ma sono necessarie a questo proposito ulteriori precisazioni.
In primo luogo, negli anni recenti si è resa possibile l’utilizzazione del plutonio come combustibile nucleare, opportunamente mescolato all’uranio (combustibile MOX, Mixed Oxide Fuel, Scheda 1). Una trentina di reattori in Europa stanno usando combustibile MOX, e un’altra quarantina hanno avuto la licenza per farlo. I reattori avanzati di IIIa Generazione, EPR e AP-1000, dovrebbero funzionare con cariche complete di combustibile MOX. I reattori a neutroni veloci possono usare interamente il MOX come combustibile, poiché al crescere dell’energia dei neutroni la fissione del plutonio (e di quasi tutti gli attinidi) è favorita rispetto alla cattura.
Un’altra precisazione importante è che anche il Pu-239, una volta formatosi nel reattore dall’U-238, tende ad assorbire neutroni, trasformandosi a sua volta in isotopi più pesanti – Pu-240, Pu-241, Pu-242 – e in altri isotopi transuranici: solo il Pu-239 e il Pu-241 sono fissili come l’uranio-235. La presenza di Pu-240 anzi costituisce un ostacolo all’uso del plutonio come esplosivo nelle bombe, perché ha una probabilità, anche se piccolissima, di fissione spontanea, e può quindi innescare la reazione a catena prima del momento esatto(102), facendo fallire (fizzle) l’esplosione. Il plutonio nel combustibile esaurito (plutonio reactor-grade) è per circa un quarto Pu-240. Per ottenere plutonio militare (weapon-grade), praticamente Pu-239 puro, si deve estrarre il combustibile dal reattore e riprocessarlo dopo poche settimane. Ma a complicare il quadro vi è ancora il fatto che la reazione a catena porta alla formazione di ulteriori nuclei, in particolare di attinidi (v. Scheda 2): tra questi, il nettunio-237 e l’americio si prestano a fabbricare bombe, e sono quindi soggetti a rischi di proliferazione (tabella 4).
Nella nuova strategia proposta con i reattori veloci di IVa Generazione il ritrattamento è la chiave di volta sia per la disattivazione degli attinidi (Scheda 2) e la riduzione delle scorie pericolose, sia per la fertilizzazione di isotopi che dovrebbero fornire nuovo combustibile nucleare, venendo separati (cioè della pretesa “chiusura” del ciclo del combustibile). Per questo i sostenitori di questi programmi propongono cicli del combustibile nucleare “non proliferanti”, o resistenti alla proliferazione (proliferation-resistant). L’idea è di sviluppare tecniche di ritrattamento che conservino nella miscela di plutonio una quantità di prodotti di fissione radioattivi tale da costituire una barriera radioattiva rispetto a sottrazioni di materiale fissile (il plutonio possiede un’attività abbastanza bassa da potere essere manipolato e quindi sottratto).
Questo è a grandissime linee il quadro.
Veniamo ai problemi.
In primo luogo, abbiamo già sottolineato il fatto che da qui al 2040 (per lo meno) la costruzione di nuovi reattori di Generazione III e III+ è destinata ad aumentare la produzione di combustibile esaurito e di plutonio, in attesa della soluzione salvifica. L’UCS critica la pretesa che i progetti di reattori di generazione III+ siano più resistenti alla proliferazione dei reattori in esercizio di IIa Generazione(103). I promotori del reattore “a letto di sfere” (PBMR, Pebble Bed) sostengono che il ritrattamento non è necessario, anche per la presenza di grafite che aumenta il volume dei residui almeno di un fattore 10 rispetto ai reattori ad acqua leggera: ma proprio i maggiori problemi di stoccaggio potrebbero spingere al ritrattamento; di fatto, il DoE sta già sponsorizzando la R&D sul combustibile esaurito dai reattori raffreddati a gas, come il PBMR. Coloro che promuovono il reattore IRIS sostengono che la vita più lunga delle cariche di combustibile (8 anni) darebbe meno occasioni di accesso al combustibile contenente plutonio: ma il combustibile richiede arricchimenti maggiori (da 5 a 9 %), e soprattutto un paese che volesse avere accesso al plutonio non avrebbe motivo di attendere 8 anni, ma potrebbero uscire dal Trattato di Non Proliferazione con il debito preavviso di 3 mesi (come fece la Corea del Nord) ed estrarre il combustibile dal reattore. In generale, il combustibile MOX che dovrebbe alimentare i reattori contiene plutonio, e potrebbe essere attraente per chi voglia ottenerlo per scopi militari.

Qui viene infatti il secondo punto: l’ulteriore accumulo di plutonio, nella filosofia del ritrattamento e quindi della sua separazione, aumenta i problemi di custodia e i rischi di sottrazioni i furti. Con il ritrattamento aumenteranno i problemi di seguire il cammino del plutonio e controllarne i quantitativi: le migliori tecniche di controllo oggi disponibili sono infatti soggette ad incertezze ed errori intrinseci di qualche percento(104). Potrebbe sembrare poco, ma si tratta di tonnellate di plutonio, quando ne bastano pochi chili per realizzare una bomba. Abbiamo ricordato le perdite passate inosservate nell’impianto britannico di Sellafield nel 2005, ma questo caso non è isolato. Nel 1994 il Giappone rivelò che durante 5 anni di funzionamento dell’impianto di ritrattamento di Tokaimura la quantità di plutonio non rendicontata ammontava a 70 chili: si sosteneva che si era accumulato come polvere nelle apparecchiature interne all’impianto, ma non fu possibile verificarlo fino a una chiusura nel 1996. Nel precedente impianto giapponese di Rokkasho è impossibile rivelare la scomparsa, o il mancato rendiconto, di una cinquantina di chili di plutonio all’anno(105); nel 2003 i tecnici ammisero di avere impiegato 15 anni per rendicontare la mancanza più di 200 chili di plutonio, che è circa il 3 % di tutto il plutonio separato nell’impianto in 25 anni di funzionamento(106). Altro che i rischi dell’Iran! Pertanto “un ciclo del combustibile nucleare chiuso comporta di maneggiare, processare e trasportare grandi quantità di materiale utilizzabile nelle bombe e spesso facilmente accessibile e occultare. Questo dà a terroristi molte occasioni di ottenere materiale per fabbricare armi nucleari. E in gran parte di questo processo il materiale non può essere rendicontato in modo abbastanza preciso da assicurare che non venga sottratto un quantitativo necessario per una o più testate nucleari”(107).

Un terzo punto, decisivo, è che vi sono dubbi di fondo sull’affermazione che le nuove tecnologie, e quindi il ciclo chiuso, siano resistenti alla proliferazione. “Mentre le modifiche del ritrattamento proposte da GNEP non aumenteranno in modo significativo la resistenza del plutonio a furti, esse ridurranno presumibilmente l’accuratezza con cui gli operatori degli impianti e gli ispettori internazionali saranno in grado di controllare il plutonio”(108).
A tale proposito bisogna aggiungere un paio di precisazioni estremamente importanti. La prima è che – anche se il plutonio weapon-grade, praticamente Pu-239, è sicuramente il più idoneo per usi militari – è ormai stato dimostrato ampiamente che con qualsiasi tipo di plutonio, anche quello reactor-grade, “sporco” di Pu-240, è possibile fabbricare bombe. Il punto fondamentale è che, se anche non «esplodessero» nel senso proprio del termine a causa di una detonazione anticipata, produrrebbero comunque un’«esplosione» disastrosa! Infatti, “anche una bomba che detoni in anticipo e faccia fallire l’esplosione (fizzle) causerebbe comunque un’esplosione pari a 1.000 tonnellate (1 chilotone) di TNT o più. Secondo una valutazione statunitense classificata: « [Un] gruppo sottonazionale che usi progetti e tecnologie non più sofisticate di quelle usate nelle armi nucleari di prima generazione possono costruire da plutonio reactor-grade un ordigno nucleare che abbia una potenza assicurata, affidabile di uno o più chilotoni (e una potenza probabile significativamente più alta).»“(109)

L’UCS solleva forti riserve anche sulla reale efficacia dei cicli del combustibile resistenti alla proliferazione. Se la “barriera radioattiva” può avere qualche efficacia rispetto a sottrazioni da parte di terroristi, essa sarebbe assai più dubbia rispetto a sottrazioni da parte di Stati. Anche se il plutonio non viene separato da altri componenti del combustibile esaurito, la sottrazione di questo materiale offre la possibilità di effettuarne la separazione chimica. L’impianto giapponese dopo avere separato il plutonio e l’uranio li mescola nella proporzione 50/50, ma la separazione può venire effettuata nuovamente. Inoltre, “è azzardato assumere che terroristi non potrebbero acquisire la capacità di fabbricare ordigni nucleari con miscele di plutonio ed altri attinidi” prodotti da queste tecniche di ritrattamento. Secondo l’autorevole Lawrence Livermore National Laboratory, “l’analisi di vari cicli e l’opinione di esperti di progettazione di testate porta alla conclusione che non vi è nessun ciclo nucleare ‘a prova di proliferazione (proliferation-proof)“(111) . Inoltre, secondo una ricerca recente del Oak Ridge National Laboratory, “l’inclusione di prodotti di fissione altamente radioattivi con il plutonio ‘aumenterebbe in modo significativo i costi di fabbricazione e trasporto del combustibile’”(112).

Sulla base di queste considerazioni la Union of Concerned Scientists (ma si potrebbero aggiungere altri pareri simili, come quello di Greenpeace) formula un giudizio negativo radicale e inappellabile contro il ritrattamento del combustibile, raccomandando che “gli Stati Uniti ristabiliscano un bando sul ritrattamento del combustibile esaurito degli USA, e scoraggino attivamente altre nazioni dall’adottare il ritrattamento”(113).

Un complemento: i progetti dell’India e il ciclo del torio.

Dal quadro che abbiamo tracciato è rimasto assente un aspetto non trascurabile, il progetto dell’India di un reattore basato sul torio. Per mezzo secolo l’India ha seguito una strada autonoma all’energia nucleare, rifiutando di aderire al TNP ed arrivando al primo esperimento nucleare nel 1974 (rapporti statunitensi di intelligence declassificati mostrano preoccupazione e disappunto per non avere previsto il test). Isolata, esclusa dal gruppo internazionale che condivideva la tecnologia della fissione, l’India avviò il proprio programma nel 1958, realizzando reattori a uranio naturale ed acqua pesante, e mettendo a punto la tecnologia del ritrattamento del combustibile esaurito, da cui ha ottenuto il plutonio per il proprio arsenale. Oggi l’India propone una scelta assolutamente originale, progettando una futura filiera commerciale di reattori basati sul torio anziché l’uranio. Il torio è molto più abbondante in natura dell’uranio, ma è un nucleo fertile, non fissile: in un reattore il torio-232 assorbendo neutroni si trasforma in uranio-233, che non esiste in natura ed è fissile (v. l’Appendice 2 per dettagli). L’India intende utilizzare il plutonio per realizzare reattori veloci, nei quali irraggiare il torio e produrre uranio-233: uranio-233 e torio dovrebbero poi alimentare reattori avanzati ad acqua pesante. Un piccolo reattore veloce autofertilizzante da 40 MW funziona dal 1985: il nuovo impianto in costruzione venne allagato dallo tsunami del 26 dicembre 2004, subendo un ritardo di 4 mesi, ma si prevede che possa raggiungere la criticità nel settembre 2010. L’India tuttavia non può procedere da sola: da qui nasce il, pur contestato, accordo strategico con gli USA, mentre hanno luogo anche incontri ufficiali con la Cina.

Apoteosi: programmi nucleari in un mondo idilliaco?

Vi è un ultimo punto di fondo che mi sembra necessario commentare, a coronamento di questo grandioso programma. Sulla carta esso si presenta come un unico progetto, molto articolato ma dotato di una coerenza di fondo e una finalità comune, su scala mondiale, mettendo in un unico calderone i progetti e le sperimentazioni in corso in Francia e nella UE, in Russia, in Giappone, in India, in Cina, nel presupposto che essi convergeranno e coopereranno alla definizione di quelli più idonei. Una bella fiducia! A parte la competizione feroce che sicuramente si svilupperà (o è già in corso) tra le industrie e i cartelli nucleari, chi può giurare sugli equilibri mondiali dei prossimi 40 anni? Se la competizione tra USA e Cina si aggraverà e precipiterà (e l’India si troverà a fare scelte che non prevediamo), se le tensioni con la Russia porteranno ad un peggioramento (termine eufemistico) dei rapporti, se la situazione in Medio Oriente e in Asia si deteriorerà ancora – e chi più ne ha più ne metta – che ne sarà della cooperazione pacifica nei programmi nucleari, più in generale dello sfruttamento e utilizzo delle risorse energetiche? Il dubbio sembra almeno “sfiorare” il Rapporto della Commissione Europea che – ma solo nella didascalia di una tabella – osserva candidamente: “L’UE importa quasi tutto il minerale di uranio. Tuttavia, l’uranio è disponibile nel mondo [meno male! N.d.R.] e, al contrario del petrolio e del gas, i principali fornitori di uranio della UE sono paesi politicamente stabili, Canada (25 %) e Australia (16 %).”(114) (che ne è della Nigeria?).

PARTE 3: FORZA ITALIA!

Aggiungerò poche considerazioni sintetiche sull’Italia, forse anche superflue, ma opportune per contrastare l’immancabile risveglio dei sostenitori nostrani del nucleare e smascherare i ragionamenti a vanvera che sentiamo periodicamente per sostenere la ripresa del nucleare.

Un’improbabile ripresa a breve termine

Il punto fondamentale è che dopo il referendum del 1987 (qualunque sia il giudizio che se ne dà) tutte le strutture e le competenze che comunque si erano accumulate sul nucleare sono state frettolosamente (con stile italiano) smantellate, o destinate ad altri settori. Parlare oggi di costruire reattori nucleari sul nostro territorio nel prossimo futuro è davvero velleitario: lo riconoscono anche sostenitori onesti del nucleare, anche in una rivista smaccatamente filo nucleare come Le Scienze, dove Ugo Spezia scriveva nel giugno 2005: “… è difficile pensare a una riapertura dell’opzione nucleare nel breve termine”(115).
Eppure c’è chi si lascia andare ad affermazioni del seguente tenore: “Dal punto di vista operativo, nulla osterebbe ad avviare in Italia la costruzione scaglionata di una decina di centrali nucleari di generazione III (ad es. EPR o AP1000) e, successivamente, III+ (ad es. IRIS), così da disporre verso il 2020 di una potenza nucleare installata pari a circa il 15-20 % del parco italiano, da dedicare al carico di base, in modo che il contributo di origine nucleare al fabbisogno elettrico totale potrebbe raggiungere circa il 25 %”(116), prospettando poi la partecipazione a GIF e il ricorso ai reattori veloci!
Perfino la battagliera Le Scienze, pur tornando alla carica, rimane molto più prudente: il recente articolo che abbiamo citato nella nota 4 rivendica più modestamente un rilancio della ricerca in campo nucleare (in un periodo in cui la ricerca è per tutta la nostra classe politica e imprenditoriale la “Cenerentola” assoluta), per non rimanere tagliati fuori dai progetti internazionali, e supportare anche le rinascenti ambizioni in campo industriale, come quelle dell’Ansaldo. Del resto, quale conferma migliore dell’improponibilità della costruzione di centrali nucleari sul territorio nazionale del fatto che l’ENEL acquista il parco nucleare obsoleto della Slovacchia, nonché quello della Spagna! (Bisogna chiedersi anche che fine faranno le scorie dei reattori slovacchi, visto che questo paese non dispone di un sito idoneo di stoccaggio)

L’eredità di un disastroso fallimento!

Credo che sia importante ricordare che questa baldanza dei nucleari nostrani rimuove il disastroso, e vergognoso, fallimento del raffazzonato programma italiano, che fu dovuto senza dubbio in primo luogo all’improvvisazione, all’incapacità, agli intrallazzi della nostra classe politica e tecnica. Vale la pena ricordare succintamente la storia .(117)
Alla fine degli anni ’50 (quando vi fu un Accordo segreto tra Francia, Germania e Italia per realizzare la bomba nucleare, poi decaduto quando De Gaulle scelse la via della grandeur francese) furono ordinati, senza nessuna strategia generale, tre reattori completamente diversi l’uno dall’altro, entrati in funzione tra il 1963 e il 1964: un PWR della Westinghouse a Trino Vercellese, dalla Edison; un BWR della General Electric sul Garigliano, dalla Iri-Finmeccanica; e un reattore britannico del tipo Magnox a gas-grafite alimentato a uranio naturale a Latina, dall’ENI (dove, significativamente, Enrico Mattei dimostrò il tentativo di smarcarsi dagli USA, nonché dal processo di arricchimento dell’uranio). Senza dimenticare il reattore “Galilei” del centro di ricerche militari del Camen a Pisa (“Centro Applicazioni Militari Energia Nucleare”, poi ribattezzato Cisam, “Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari”) , che è stato in funzione negli anni ’70, del quale si sa molto poco (sono trapelate a volte notizie poco rassicuranti, anche se non confermate).
Che vantaggi trasse il paese da questi acquisti disordinati? «Secondo stime ufficiali dell’Enel l’energia elettrica prodotta [dalle 3 centrali] costava per un funzionamento di 7.000 ore all’anno, lire 7,80 (Latina), lire 7,20 (Garigliano), 5,40 (Torino), di fronte al costo dell’energia tradizionale inferiore a lire 5. Ciò significa che l’onere annuo che l’Italia deve sostenere si aggira sui sette-otto miliardi».(118)
Proprio il problema dei costi fu il pretesto dell’attacco sferrato l’11 agosto 1963 da Saragat contro Felice Ippolito, evidentemente con ben altri scopi … e ben altri mandanti: USA, petrolieri, mafia (poco dopo Saragat fu eletto presidente della repubblica, ed è difficile pensare che sia stato casuale). Non va dimenticato che era quello il periodo del primo centro-sinistra ed era in corso la nazionalizzazione dell’energia elettrica, con la creazione dell’ENEL, e uno dei timori delle aziende elettriche era che una gestione totalmente pubblica del nucleare potesse essere un passo verso la nazionalizzazione. Del resto, il 27 ottobre 1962 era stato “suicidato” Enrico Mattei. Saragat sosteneva che le centrali nucleari dal punto di vista economico erano state un vero disastro, ma il vero obiettivo era Felice Ippolito, dal 1952 direttore del CNRN (Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari), divenuto poi nel 1960 CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare). Il 3 marzo 1964 Ippolito venne arrestato per presunte irregolarità amministrative del CNEN: ne seguì un processo discusso, molto sentito dall’opinione pubblica e dalla stampa (il famoso “caso Ippolito”), che culminò con la condanna di Ippolito a 11 anni di carcere. L’Italia ed il mondo politico erano molto divisi, molti ritennero che la vicenda giudiziaria fosse una montatura e Ippolito venisse usato come capro espiatorio per stroncare la nascente industria nucleare italiana in favore di quella petrolifera. Il risultato fu comunque l’arresto del programma nucleare italiano: potenti forze lavorarono per l’eliminazione di Ippolito, le “sette sorelle” del petrolio in prima fila, l’Italia doveva continuare a consumare petrolio. Lo scandalo del petrolio sarebbe poi scoppiato nel 1974.
Saltando al decennio successivo, si arriva al pasticcio della centrale di Caorso, realizzata dal raggruppamento ENEL-Ansaldo Meccanica Nucleare-GETSCO, collegata alla rete elettrica nazionale nel 1978: una centrale BWR ibrida, scelta ancora per rapporti clientelari con la General Electric, mentre l’ambizioso “piano” di Donat Cattin , approvato dal CIPE nel 1975, prevedeva originariamente la costruzione di ben 20 centrali PWR de 1.000 MW (Progetto Nucleare Unificato, PUN) entro il 1985, ridotte poi a 12 negli anni ‘80. La storia allucinante di Montalto di Castro è più nota: il più grande impianto italiano di generazione di energia elettrica italiano (3.600 MW), riconvertita a gas dopo il 1986 con enormi sprechi, e che ora l’ENEL vorrebbe riconvertire a carbone perché troppo cara, con una spesa di un miliardo e mezzo di euro.
Attuale (nell’Italia coperta dai rifiuti urbani e travolta dai traffici di quelli tossici) e scottante (probabilmente ancora a lungo) rimane anche la storia infinita delle scorie radioattive lasciate in eredità da questo glorioso programma, nonché il problema (e i costi) del decommissioning di queste centrali.

Un punto cruciale: perché importiamo energia?

Rispetto alle indecenti proposte di rilancio italiano è necessario in primo luogo smontare con molta chiarezza la mistificazione di base: la leggenda, cioè, secondo cui il nostro sistema elettrico sarebbe insufficiente a coprire i consumi, e siamo pertanto costretti ad acquistare l’energia elettrica molto più economica di origine nuclearedalla Francia. Le cose stanno in modo esattamente opposto: la capacità elettrica installata eccede ampiamente la richiesta di consumo (88.300 MW contro 55.600 MW, dati 2006); la privatizzazione dell’industria elettrica ha portato ad un aumento delle tariffe, particolarmente alto in Italia, mentre il sistema elettrico francese è largamente pubblico e ha mantenuto tariffe minori (finché anche l’industria italiana era pubblica le tariffe erano simili a quelle della Francia).

Che cosa risolverebbe il nucleare? Dove stanno gli sprechi?

Il problema di fondo, invece, è che la dipendenza energetica italiana ha ben altre cause, poco o nulla potrebbe fare il nucleare, e potrebbe aggravare la situazione. Il nostro paese importa notoriamente la quasi totalità delle risorse energetiche. Ma del petrolio che importiamo (cioè tutto) circa un terzo va sprecato in un sistema di trasporti assurdo, totalmente sbilanciato sul trasporto su gomma (con i costi aggiuntivi di autostrade e altre infrastrutture: chissà che un Berlusconi redivivo, o meglio “rilanciato”, non rilanci anche il ponte sullo stretto!). Vero è che questo problema non è solo italiano: anche in questo la Francia, con il suo primato di energia elettronucleare, costituisce un caso emblematico, con impressionanti disservizi del servizio ferroviario e sovradimensionamento del trasporto su gomma(119) in tutto simili al nostro paese!
Un ulteriore 20 % circa dei consumi energetici è poi divorato da un’agricoltura non meno sbilanciata, che produce male e in modo del tutto inefficiente. È di pochi giorni fa il rapporto della Confederazione Italiana Agricoltori relativo al 2007, che denuncia il continuo peggioramento della situazione(120), con una diminuzione dello 0,5 % della produzione agricola complessiva, dello 0,6 % del valore aggiunto, dello 0,9 % dei redditi degli agricoltori, in netta controtendenza con la crescita media registrata in Europa: tra le cause principali l’aumento record dei costi di produzione (+ 6,1 %) e soprattutto della quota destinata alla produzione di biocarburanti, con una “bolletta petrolifera” lievitata per l’agricoltura di ben il 38 % dal 2005 al 2007!
Gli sprechi in questo paese non si contano, e sono sotto gli occhi di tutti. Che cosa rimedierebbe generare un po’ di energia elettronucleare?

Un piano energetico non è più possibile!

Ma proprio la privatizzazione sfrenata, con i disastri palesi che ha provocato, apre la porta a sviluppi davvero incontrollabili. Chi avrebbe potuto impedire alla società privatizzata ENEL di comperare centrali nucleari dove vuole? C’è chi ancora vagheggia di un nuovo “Piano Energetico Nazionale”, di gloriosa o infausta memoria: e non si rende conto che oggi non è più possibile. A livello nazionale, dopo le privatizzazioni selvagge, lo Stato può al più introdurre degli incentivi, o balzelli, come i famigerati CIP6, “contributi alle fonti di energia assimilabili alle energie alternative“, e destinati al finanziamento di progetti energetici “poco rinnovabili“, ma trattati come se fossero “vere fonti energetiche rinnovabili“. Bush lo sta facendo per l’industria nucleare: vogliamo emulare anche in questo il suo esempio?

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NOTE SEZIONE 3

88. Una lega o soluzione il cui punto di fusione è più basso di quello di ogni altra miscela dei singoli componenti.
89. Condizioni termodinamiche nelle quali un gas non può venire liquefatto: se la temperatura del gas è superiore alla temperatura critica, non si può liquefare il gas per quanto si aumenti la pressione.
90. Mathis, Monti, cit., p. 60.
91.Ivi, p. 58-59.
92. Ivi, p. 64.
93. The Sustainable …, cit. pp. 22 e 24.
94. Mathis, Monti, cit., p. 59.
95. Il nome veniva dal leggendario uccello, la Fenice, che risorgeva appunto dalle proprie ceneri.
96. The Sustainable …, cit., p. 22.
97. Ivi.
98. Ivi, p. 23.
99. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., Box 2. p. 62.
100. Ivi, pp. 62-63.
101. Ivi, p. 68.
102. I tempi dell’esplosione e delle sue fasi devono essere regolati con precisione estrema, poiché la testata si disintegra fisicamente, interrompendo la reazione a catena, dolo appena 20-30 nanosecondi (un nanosecondo è un miliardesimo di secondo): per maggiori dettagli sui meccanismi dell’esplosione si può vedere il mio A Volte Ritornano, Il Nucleare, Milano, Jaca Book, 2005, Appendice 7.1, pp. 289-95.
103. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., p. 67.
104. M.M. Miller, Are Iaea safeguards on Plutonium bulk-handling facilities effective?, Nuclear Control Institute, Washington, DC, 1990; P. Leventhal, Iaea safeguards shortcomings: a critique, Nuclear Control Institute, Washington, DC, 1994. F. Barnaby, The proliferation consequences of global stocks of separated civil plutonium, e Effective Safeguards?, Factshhet 2, www.oxfordresearchgroup.org.uk.
105. F. Barnaby, cit. F. Barnaby e S. Burnie, Safeguards on the Rokkasho reprocessing plant, “Greenpaeace International”, giugno 2002. Per ulteriori informazioni sul programma giapponese per il plutonio v. www.nci.org.
106. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., p. 42.
107. Ivi, p. 44.
108. Ivi, Box 2. p. 70: il paragrafo fornisce commenti tecnici specifici molto pertinenti e interessanti.
109. Ivi, p. 40; Jungmin Kang e Frank von Hippel, “Limited proliferation-resistance benefits from recycling unseparated transuranics and lanthanides from light-water reactor spent fuel”, Science & Global Security, 13, 1-2 (2005), 173; i riferimenti originari sono: J. Carson Mark, “Explosive properties of reactor-grade plutonium”, Science & Global Security, 4, 1 (1993); U.S. Department of Energy, “Nonproliferation and arms control assessment of weapons-usable fissile material storage and excess plutonium deposition alternatives”, DOE/NN-007 (1997), pp. 38-39.
110. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., p. 69.
111. Ivi, p. 69, citato da: Lawrence Livermore National Laboratory, Center for Global Security Research, “Proliferation-resistant nuclear power systems. A workshop on new ideas” (June 2-4, 1999, March 2000), p. 7, http://www.llnl.gov/tid/lof/documents/pdf/238172.pdf.
112. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., Box 9, p. 71, citato da: E.D. Collins, Oak Ridge National Laboratory, “Closing the fuel cycle can extend the lifetime of the high-level-waste repository”, American Nuclear Society, 2005 Winter Meeting, November 17, 2005, Washington, DC, p. 13.
113. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., p. 71.
114. The Sustainable …, cit., Table 1, p. 15.
115. Ugo Spezia, “Energia: quale futuro?”, Le Scienze, n. 442, giugno 2005, p. 49.
116. Mathis, Monti, cit., p. 42.
117. V. ad esempio per le prime fasi Roberto Renzetti, L’Energia, Savelli, 1979.
118. M. Silvestri, Il costo della Menzogna, Einaudi, 1968, p. 199.
119. V. Philippe Bovet, “Des poids lourds qui pèsent sur l’environnement”, Le Monde Diplomatique, octobre 2003, p. 31.
120. V. ad esempio il manifesto, 01/02/2008, p. 8.

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