CERCANDO DI DECIFRARE IL LIBRO DEI SOGNI (O DEGLI INCUBI) DEI FARAONICI PROGRAMMI NUCLEARI

– Febbraio 2008
Di ANGELO BARACCA, Dipartimento di Fisica, Università di Firenze

Sezione 2

PARTE 2: LE PROPOSTE DI RILANCIO DEL NUCLEARE CIVILE

Mi sono dilungato su queste premesse perché le proposte dei nuovi programmi nucleari non sono funghi che nascono su un terreno vergine. La memoria del passato (e le sue conseguenze, gravissime, sul presente) deve essere sempre maestra per il futuro: ed è proprio quella che i nuovi vessilliferi vogliono rimuovere per parlarci delle magnifiche sorti progressive del nucleare. Veniamo dunque a queste. Ho cercato di orientarmi in alcuni documenti che si presentano come proposte organiche e coerenti: questo è un primo tentativo di lettura e di interpretazione, largamente provvisorio, dei nuovi programmi nucleari da qui al 2050 (così infatti essi vengono presentati). Non mi risulta facile trovare un filo logico di discussione, perché i nuovi progetti ad una prima lettura si presentano come programmi organici, dotati di una logica e coerenza interne, per cui è necessario smontarli e sezionarli per trovare le contraddizioni.

I due step: da qui al 2030 (o 2040?), poi fino al 2050

Ho sottolineato nell’Introduzione i due step su cui esplicitamente si basano i programmi per un massiccio rilancio immediato dei programmi nucleari, spacciati però come “ponte” verso un futuribile nucleare nuovo (di IV Generazione), che si promette sarà assolutamente sicuro, non proliferante, produrrà pochi residui nucleari e meno pericolosi, consentirà di “bruciare” o utilizzare energeticamente anche quelli attuali, garantirà quindi combustibile nucleare pulito per centinaia di anni, e chi più ne ha più ne metta. Tutto di là da venire, però! Mi sembra pertanto corretto, e necessario, impostare l’analisi di questi aspetti prima di discutere la natura dei programmi per i reattori di IV Generazione [discuteremo le varie Generazioni di reattori e le loro caratteristiche nell’Appendice].
La prima domanda è: quando sono previsti i reattori di IVa Generazione? La parolina magica usata nei documenti è: “dopo il 2030”, come se fosse domani! Il Rapporto generale preparato per la Commissione Europea(38) è però più prudente (realistico?): “Si prevede che il dislocamento commerciale di questi sistemi di IV generazione non avverrà prima del 2040, poiché sono ancora necessari passi avanti tecnologici molto importanti (“major breakthroughs”) per sviluppare questi reattori” (corsivo mio). Se questo non è vendere la pelle dell’orso! Ma che senso avrebbe se i vessilliferi del nuovo nucleare, e le industrie materialmente interessate, ci dicessero “aspettate il 2040”? Business is now!
Il nucleo dei nuovi programmi diviene quindi il rilancio del nucleare subito! Qui sta a mio parere il primo bluff, anzi la “madre” di tutto il bluff. Mentre si favoleggia delle meravigliose proprietà dei nuovi reattori di là da venire, in particolare delle capacità che essi avranno di risolvere tutti i problemi creati fino ad oggi dai reattori nucleari, si propone un colossale rilancio del nucleare basato su reattori senza dubbio migliorati rispetto a quelli del passato, ma che fino al 2040 (?) aggraveranno ulteriormente tutti i problemi creati dal nucleare!

Proposta realistica?

È importante vedere subito l’entità del rilancio nucleare che viene proposto, e valutarne l’attendibilità, prima di esaminarne la composizione specifica e le eventuali contraddizioni. I documenti si rifanno alla valutazione del World Energy Council(39) (che prevede per il 2030 una crescita della domanda di energia del 55 %, coperta per l’84 % dai combustibili fossili). Il documento della Commissione Europea considera diversi scenari per il possibile ruolo dell’energia nucleare per l’anno 2050 nel mondo(40): per quello che potremmo chiamare intermedio (“coprendo parzialmente il deficit lasciato da altre fonti energetiche”), prospetta che “l’attuale potenza nucleare installata [369.000 MWe: potenza elettrica, in 30 paesi] venga moltiplicata per tre volte e mezzo”, giungendo nel 2050 a circa 1.300.000 MWe. Poiché si parla di centrali la cui costruzione deve in massima parte ancora essere iniziata, e tenendo conto dei tempi medi di costruzione di una centrale nucleare, questo vorrebbe dire che (se si iniziasse subito) tra il 2020 e il 2050 – in 30 anni – dovrebbero essere inaugurate nuove centrali per una potenza di più di 900.000 MWe complessivi (sottraendo la potenza attualmente installata, parte cospicua della quale dovrà però venire sostituita: su questo ritorneremo tra breve), cioè ogni anno circa 30.000 MWe di nuova potenza: se si trattasse di reattori di potenza di 1.000 MWe (ma le nuove generazioni di reattori sono di solito di potenza minore), questo vorrebbe dire inaugurare nel mondo più di 30 nuove centrali nucleari ogni annoad un ritmo medio costante di 2-3 al mese! Qualcuno riesce a crederci? Ripeto la mia convinzione che un rilancio del nucleare ci sarà, ma probabilmente avverrà come nella fase precedente dal 1960 agli anni ‘80, il numero di centrali che saranno costruite sarà con ogni probabilità almeno un ordine di grandezza inferiore a quelle proposte!
Se consideriamo i programmi per la sola Europa, il discorso è analogo. Il ritmo di declino della potenza complessiva (fossile e nucleare) attualmente installata in Europa condurrebbe ad una diminuzione del 60 % verso il 2030(41): “una capacità di almeno 800.000 ÷ 900.000 MWe sarà necessaria entro il 2030 per rimpiazzare la capacità esistente e far fronte ai bisogni crescenti. È ragionevole assumere che … almeno 100.000 MWe saranno prodotti da reattori nucleari di Generazione III. Questo corrisponde alla costruzione di un centinaio di grandi reattori”. Di nuovo, se si iniziasse subito la costruzione su scala massiccia (attualmente i reattori in costruzione sono 2), nella sola Europa dal 2020 si dovrebbero inaugurare 3-4 nuovi grandi reattori all’anno (o un numero maggiore di reattori, o di moduli, di taglia più piccola).
A questo punto, inoltre, sorge un ulteriore rilievo, che avevo anticipato. Quando si entra nel merito dei programmi di costruzione/sostituzione dei reattori nucleari scompare nei documenti qualsiasi accenno ai “pericolosissimi” reattori dell’Europa dell’Est. Sembra che nessuno si preoccupi di chiarire quale sia il destino previsto per questi reattori. Il rapporto della Commissione Europea, dopo l’esposizione dell’entità dei programmi futuri, osserva in modo assolutamente equivoco e fuorviante che “Nell’Unione Europea dei 27 è in funzione un totale di 152 reattori in 15 Stati Membri”!(42) Dalla Tabella 2 risulta che nei paesi dell’Est (compresa la Russia) sono in funzione ben 69 vecchi reattori di tipo sovietico, più della metà di quelli dell’Europa occidentale (135), e producono poco meno della metà (47.793 MWe) dell’energia elettronucleare prodotta all’Ovest (124.154 MWe). Non si tratta proprio di un’inezia, rispetto ai calcoli sui fabbisogni elettrici e la produzione nucleare. Non sarebbe male un chiarimento su come vengono fatti i conti, se è inclusa o meno la produzione di questi reattori, che vengono menzionati solo quando, e come, torna comodo! Se sono da dismettere quanto prima, perché l’ENEL ha investito quasi 1,9 miliardi di euro per il completamento di due reattori progettati sulla vecchia tecnologia sovietica, privi di involucro esterno a Mochovce, nella Repubblica Slovacca (sul totale di 3,2 miliardi di euro investiti)? E non ha ancora presentato il piano di fattibilità con le ulteriori modifiche(43). A fronte dell’obiezione di rischi di impatti o eventi esterni ENEL ha risposta a “Affari e Finanza” di Repubblica che “la probabilità di un impatto aereo su Mochovce è trascurabile”! (Ritornerò sui rischi di attentati terroristici) Su queste “inezie” i nostri paladini del nucleare svicolano con un’affermazione anodina e tutt’altro che rassicurante: “l’ENEL ha acquisito il 66 % del capitale di Slovenske Electrarne che dispone in particolare di sei reattori nucleari VVER raffreddati ad acqua di concezione russa da 440 MWe ciascuno”(44), e basta!
L’entità dei programmi proposti non si limita ovviamente all’Europa. Così si cita(45) che il Giappone (che ha in esercizio 52 reattori) dovrebbe raddoppiare la potenza nucleare installata per il 2050, portandola a 90.000 MWe, e in più installare 20.000 MW termici di calore di origine nucleare per produrre idrogeno: inaugurare almeno una cinquantina di centrali nucleari (senza contare la sostituzione di una parte di quelle attuali) per il 2050 vorrebbe dire un ritmo di più di una centrale all’anno! Proseguendo, l’India prevederebbe di installare 250.000 MWe di potenza nucleare per la metà del secolo: lascio fare a voi il conto del ritmo folle di costruzione di nuovi reattori. La Cina prevederebbe di installare 30.000 MWe, addirittura entro il 2020! Su queste cifre i documenti citati non sollevano il minimo dubbio.
Dovremo poi tornare sul contributo effettivo di tali progetti alla produzione energetica ed alla pretesa diminuzione delle emissioni di CO2.

Una digressione sui tempi di costruzione

A proposito delle considerazioni sull’entità e la tempistica dei programmi nucleari è opportuno aprire subito una parentesi. Non possiedo dati generali sui tempi di costruzione delle centrali nucleari, né sono in grado di valutarli nel merito: mi limiterò ad un paio di esempi, uno per il passato, ed uno per il presente/futuro.
Abbiamo accennato poco sopra ad alcuni problemi concernenti la centrale di Diablo Canyon in California. La sua costruzione ed entrata in funzione sono state molto tormentate. La centrale, di proprietà della Pacific Gas & Electric, ha due reattori PWR della Westinghouse da 1.000 MWe ciascuno: la loro costruzione iniziò rispettivamente nel 1968 e nel 1970, ma ostacoli normativi e legali e proteste dei cittadini ritardarono l’esercizio commerciale di almeno 6 anni, rispettivamente fino al 1985 e 1986 (17 e 18 anni complessivi). Vi sono stati indubbiamente problemi specifici, oltre agli aggiornamenti della normativa dopo l’incidente di Harrisburg: negli anni ’70 si scoprì la faglia geologica di Hosgri a due km dalla costa (cosa inaspettata in California?!), capace di provocare un terremoto paragonabile a quello di San Francisco del 1906.
Il caso di Diablo Canyon sarà stato eccezionale, ma non può non richiamare alla mente il recente, e mai chiarito, incidente alla centrale giapponese dovuto a un terremoto! Ma ci è stato sempre assicurato che le centrali sono a prova di terremoto (e di terroristi). D’altra parte, siamo ormai abituati al fatto che tutte le grandi opere vengono realizzate con consistenti ritardi e lievitazione dei costi previsti.
È istruttivo allora l’andamento della costruzione del primo nuovo reattore francese EPR di Generazione III ad opera del consorzio Areva-Siemens in Finlandia (Olkiluoto-3): il 28 dicembre 2007 è stato annunciato(46) un ulteriore ritardo nella costruzione, dopo altri annunciati in precedenza, che porterebbero (per ora!) ad un ritardo complessivo di 2 anni e mezzo (estate 2011) ed un aumento dei costi previsti probabilmente di 3 miliardi di euro. Il governo finlandese è diviso sull’energia nucleare.

PRIMA FASE, FINO AL 2040
Il rilancio immediato (reattori di Generazione III, per la “rinascita nucleare”(47)) e prossimo (reattori di Generazione III+)

Come dovrebbe avvenire questo rilancio? Consideriamo il primo step, da qui al 2030 (o più verosimilmente almeno 2040). Al momento sono disponibili e in fase iniziale di costruzione solo i reattori di Generazione III, quelli ulteriormente migliorati di Generazione III+ sono previsti per il 2010-2015: incertezza di data per lo meno sconcertante, a fronte della decisione con cui viene proposta la ripresa, visto che siamo già nel 2008, e conosciamo bene i ritardi che tutti i grandi progetti accumulano regolarmente, ma il nucleare in particolare.
Non sono ovviamente in grado di entrare nel merito delle caratteristiche tecniche dei reattori, delle rispettive modifiche e innovazioni, ma si presentano comunque varie osservazioni e domande inquietanti. Si prevedono tre passi successivi.

  1. Il primo passo proposto è l’allungamento della vita di esercizio dei reattori ad acqua leggera (LWR) di Generazione II esistenti, in attesa che quelli di Generazione III siano costruiti ed entrino in funzione: “La vita media [dei 152 reattori in funzione in Europa] si avvicina a 25 anni, a fronte di una vita tipica nel progetto iniziale di 30-40 anni”(48) . Dei 103 reattori in funzione negli USA sono per la maggior parte molto vecchi e dovrebbero venire chiusi nei prossimi 15-20 anni; In Gran Bretagna 18 dei 19 reattori in funzione devono essere chiusi verso il 2020 (4 reattori sono stati chiusi nel gennaio 2007). Non sono in grado di valutare tecnicamente questa possibilità, ma è legittimo esprimere almeno qualche riserva sul fatto che l’allungamento della vita operativa delle vecchie centrali sia consistente con il mantenimento (tanto meno il miglioramento) della sicurezza! I reattori che invecchiano saranno presumibilmente più pericolosi, e delle “garanzie” fornite dai nuclearisti abbiamo imparato a dover diffidare. Senza contare che, ancora una volta, i vecchi reattori sovietici dei paesi dell’Europa dell’Est (ben 22 reattori nella EU, cioè senza quelli di Ucraina e Russia, Tabella 2) non vengono nemmeno menzionati! Anche di quelli si pensa di allungare la vita? Non sono più pericolosi? Così sembra, visto che delle centrali nucleari acquistate dall’ENEL in Slovacchia, due delle quattro di Bohunice dovrebbero essere chiuse nel 2006 e nel 2008, mentre si pensa di prolungare il funzionamento, per tutte quattro, di 10 anni!
  2. Il secondo passo proposto è l’avvio immediato, e massiccio, della costruzione di reattori di Generazione III: “La rinascita del mercato nucleare con la costruzione di un gran numero di impianti nucleari di potenza si baserà necessariamente su rettori ad acqua leggera (LWR, Light Water Reactors) di Generazione III, che offrono maggiore sicurezza ed affidabilità e le migliori tecnologie disponibili per il trattamento responsabile del combustibile irraggiato”(49) . “Le decisioni sui nuovi investimenti sono necessarie senza ritardi”. I reattori Avanzati di Generazione III [rinviamo, come detto, all’Appendice per ulteriori dettagli] sono versioni dei reattori commerciali di II Generazione che incorporano modifiche e miglioramenti per ridurre la possibilità di incidenti, incorporazione di meccanismi di sicurezza passivi (che non richiedono l’intervento umano), progetto più compatto, maggiore efficienza, riduzione del consumo di combustibile e della produzione di scorie, lunga vita di esercizio (60 anni). Si tratta di reattori “già certificati e disponibili sul mercato, comprendono innanzi tutto i reattori avanzati ad acqua naturale, alcuni già in funzione in Giappone, come l’Advanced Boiling Water Reactor (ABWR da 1.400 MWe progettato da General Electric [che commerciava il BWR di II Generazione] e Toshiba) altri, come l’European Pressurized-water Reactor (EPR da 1.600 MWe fornito da Framatome ANP [con partecipazione per il 12,5 % dell’ENEL]), in fase di ordinazione. Westinghouse [che commercializzava il PWR di II Generazione], con il concorso dell’italiana Ansaldo Nucleare, ha applicato la tecnologia passiva all’Advanced Passive-600 (AP600) e, successivamente, al AP1000, che risultano essere gli unici impianti a sicurezza passiva approvati dalla NRC americana”(50) . Del reattore EPR è in costruzione l’impianto in Finlandia, di cui abbiamo già parlato, e la Francia ha deciso la costruzione di un secondo a Flammaville: non sono ovviamente in grado di esprimere giudizi tecnici specifici, ma almeno per rompere il trionfalismo dominante può valere la pena di riportare (per quel che vale) un giudizio che espresse il 4 novembre 2003 Carlo Rubbia in un’intervista al Corriere della Sera: “È un dinosauro, un reattore vecchio che cercano di ammodernare e che alla fine avrà costi di produzione dell’energia troppo elevati”. Tra le notizie più recenti bisogna registrare il febbrile attivismo del “commesso viaggiatore” dell’industria nucleare francese, Nicolas Sarkozy, che, dopo gli accordi conclusi nel dicembre scorso con la Libia e l’Algeria, ha promosso l’intesa nucleare (oltre ad una base militare, che in quella zona strategica non guasta) nel viaggio lampo nei Paesi del Golfo(51): presentandosi nientemeno che come paladino della giustizia – “È in nome della giustizia che la Francia sostiene che l’accesso al nucleare civile deve essere un diritto per tutti i popoli” – il presidente francese ha firmato varie intese, in particolare un accordo per la costruzione e la gestione ad Abu Dhabi (al 50 % con la società dell’elettricità e dell’acqua del paese) di ben due reattori EPR, del costo previsto (?) in 6 miliardi di euro ciascuno, da parte di un consorzio Areva-Total-Suez (che sancisce, tra l’altro, l’alleanza tra nucleare, elettricità e petrolio!).

  3. Terzo passo. Dopo il 2010-2015 dovrebbero essere disponibili i reattori di Generazione III+, “una classe di reattori evolutivi rispetto ai precedenti … Fra essi si citano l’Advanced CANDU Reactor [ACR: il CANDU è il reattore canadese di II Generazione a uranio naturale e acqua pesante(52)], in corso di certificazione in Canada, Cina, USA e Regno Unito; i reattori refrigerati a gas ad alta temperatura come il Pebble Bed Modular Reactor(53) (PBMR, “a letto di sfere”), sviluppato in Sudafrica col supporto di esperti tedeschi, ed il GT-MHR, reattore modulare refrigerato a gas da 100 MWe progettato da General Atomics (USA). Una menzione particolare tra i reattori di questa generazione merita lo International Reactor Innovative & Secure (IRIS), sviluppato da un ampio consorzio internazionale guidato da Westinghouse e di cui fanno parte anche università, organizzazioni di ricerca e imprese italiane”(54) [v. l’Appendice per ulteriori dettagli].

Mi sembra che si impongano alcune osservazioni su questa tempistica e le sue implicazioni. In primo luogo, nemmeno questi reattori di Generazione III+ – che sembrano effettivamente incorporare alcune concezioni nuove, pur rimanendo concetti “evolutivi” rispetto ai reattori precedenti – possono considerarsi realmente disponibili sul mercato, in ogni caso non come filiere commerciali adeguatamente sperimentate, L’EPR in costruzione in Finlandia soffre di ritardi e aumenti di costi. Siamo certi che funzionerà con gli standard di sicurezza previsti a tavolino? Anche il grande numero di prototipi in fase di studio e realizzazione dalle industrie in spietata concorrenza desta perplessità e riserve: “Il gran numero di progetti di reattori che richiedono la certificazione – alcuni decisamente al di fuori dell’esperienza di base della maggior parte dello staff del NRC – e l’incertezza su quali proposte sono serie presentano sfide significative al NRC. È difficile per l’agenzia giustificare lo sviluppo di competenze per valutare concezioni di reattori non familiari quando non è chiaro se essi sono fattibili” . Si deve sottolineare che fino a ora nessuna impresa statunitense ha ordinato nessuno dei reattori avanzati di Generazione III e III+.
In secondo luogo, vedremo come per la fase successiva al 2040 ci viene presentata la prospettiva di reattori con cicli non proliferanti, che dovrebbero produrre pochissime scorie, e sarebbero capaci di bruciarle e disattivare le componenti più pericolose. Ma nel frattempo la massiccia ripresa della costruzione di reattori che viene proposta continuerebbe ad aggravare i problemi di sempre: anche se in misura ridotta (vogliamo crederci), ma gli effetti cumulativi non sembrano indifferenti. Nell’agosto 2005 l’autorevole rivista Science pubblicò un dossier generale(56) molto ben fatto ed equilibrato. Per il reattore “a letto di sfere” (Pebble Bed Modular Reactor, PBMR, per il quale osservava che riprende un prototipo che ha funzionato in Germania dal 1968, chiuso dopo l’incidente di Chernobyl) riconosceva innegabili vantaggi, ma aggiungeva giustamente che “una cosa che non risolve è il problema delle scorie”, che verrebbero anzi prodotte in volumi maggiori! [Infatti la presenza della grafite aumenta il volume delle scorie di almeno un fattore 10]. C’è realmente una logica nella proposta di un rilancio massiccio a breve termine? Esso non risolverebbe infatti, ed anzi aggraverebbe ulteriormente i problemi precedenti, in base a un ipotetica e tutt’altro che dimostrata “promessa” della soluzione decisiva … fra 30 anni. D’altra parte gli stessi Mathis e Monti ammettono candidamente che “si stima che gli attuali reattori in esercizio [negli USA] produrranno nel corso della loro vita oltre 90.000 tonnellate di residui radioattivi ad alta attività, quantità che eccede la capacità del deposito geologico federale di Yucca Mountain”(57) , la cui costruzione peraltro è ferma!
E che ne sarà, in attesa delle soluzioni salvifiche dopo il 2040, della proliferazione nucleare? Mi sorprende molto, ad esempio, il modo in cui si parla (o si tace) dell’India. Lo shock dei test nucleari del 1998 è passato molto presto, se gli Usa hanno stipulato con l’India il ben noto accodo “storico” sul nucleare, ancorché “civile”! Accordo che sembra fatto apposta per mettere in soffitta il Trattato di Non Proliferazione, legittimando di fatto una delle maggiori potenze nucleari, cresciuta al di fuori del trattato, e contrapposta, oltre che alla Cina (forse il maggiore obiettivo di Washington), al Pakistan, che ha un arsenale nucleare in mano a militari assolutamente imprevedibili e inaffidabili! Ora, dell’India e di questo scellerato accordo il Rapporto della Commissione Europea non parla affatto, mentre l’articolo di Mathis e Monti ne parla in termini a dir poco asettici e a mio parere mistificanti(58). Bisogna aggiungere che, a parte le forti tensioni all’interno della compagine che sostiene il governo indiano, la breccia che si potrebbe aprire nel commercio di materiali e apparecchiature nucleari potrebbe risultare molto grave: è in gioco il delicatissimo problema dell’apertura al commercio con l’India da parte del Nuclear Suppliers Group, che controlla il trasferimento di materiale e tecnologie nucleari tra stati in conformità con il TNP (analogo problema sussiste con il Brasile, che ha realizzato quel processo di arricchimento dell’uranio che viene contestato all’Iran, ed ha avuto comportamenti non meno ambigui con la IAEA).
I nostri filo nucleari prendono molto alla leggera il problema del pericolo degli armamenti e della proliferazione nucleari, proprio in un momento in cui questi rischi vengono denunciati con crescente preoccupazione (basti ricordare l’allarmata, per quanto tardiva, presa di posizione di appena un anno fa di ‘pezzi da 90’ quali Henry Kissinger, George Shultz, William Perry e Sam Nunn(59), e l’allarme lanciato, tra altri, in questi giorni dall’autorevole rivista Nature, con titoli significativi(60): “Resurgent nuclear threats”, “Nuclear war: the threat that never went away”). Si tratta di una schizofrenia che ha da sempre caratterizzato i paladini del nucleare “civile”. Sul problema dei pericoli di proliferazione dovremo ritornare.

Lo spinoso problema dei costi dei programmi nucleari

Prima di venire al luminoso avvenire del nucleare dopo il 2040, vale la pena una digressione sui costi di questi programmi (sui reali costi dei reattori di IV Generazione credo che nessuno sia in grado di fare previsioni che si possano considerare attendibili, stanti anche le grandi incertezze dell’economia e degli assetti mondiali). Il problema dei costi è sempre stato uno dei più contrastati argomenti concernenti il nucleare: i filo nucleari lo hanno sempre liquidato con grande sicumera, che non sembra essere stata confermata dai fatti (anche perché i costi dei programmi nucleari del passato non sono affatto chiusi, per i gravissimi problemi aperti e gli strascichi non risolti (basti pensare al problema dei residui nucleari, detti di solito “scorie”). Per il passato mi permetto di riproporre una considerazione che ho avanzato altre volte. Come paragonare ad esempio i costi dei programmi nucleari civili in Francia e negli USA? Nel primo paese lo Stato ha realizzato, e si è accollato i costi, dei programmi civili e militari, e sfido chiunque a fare una valutazione attendibile dei puri costi di uni di essi: il basso costo dell’energia elettrica nucleare venduta dalla Francia non rispecchia direttamente i costi economici effettivi. Negli USA l’industria energetica è sempre stata privata: ed ha capito così bene quanto il nucleare sia conveniente, che per quasi 30 anni non ha ordinato nuove centrali nucleari!

Vi è una prima affermazione nei documenti presi a modello che mi ha colpito: “la gestione dei residui radioattivi e lo smantellamento (decommissioning) degli impianti vengono già normalmente compresi nel costo a carico dei consumatori”(61). Ma va! Noi italiani siamo i soliti fessi, o imprevidenti, se dopo 20 anni dalla chiusura del nucleare dobbiamo affrontare ingenti spese di gestione delle poche scorie e siamo ben lontani dal risolvere il problema del decommissioning, che richiederà tempi e costi considerevoli! Allora Napoli non è un caso isolato. Non avevano messo da parte i fondi necessari?! Ma qualcuno era in grado allora di calcolare i costi di queste operazioni oggi? O forse si vuol fare intendere che i programmi passati non comprendevano questi costi (ma ricordo bene le affermazioni perentorie dei filo nucleari negli anni ’70 e ’80!), mentre i nuovi programmi sono più previdenti? A parte che occorrerebbe dirlo chiaramente, sarebbe interessante conoscere il modo in cui questi calcoli di costi sono stati fatti, o si intende farli, dal momento che nessun paese ha ancora risolto il problema delle scorie, il numero di reattori decommissionati è piccolo rispetto al numero complessivo di quelli dismessi (e non sarebbe male se si includessero i reattori, ancora più pericolosi, dei sommergibili nucleari: sappiamo lo stato terrificante di quelli russi!), e non mi sembra affatto facile poter prevedere costi di questi tipo tra 60 anni (e per reattori che ancora non esistono, e sono di là da venire). A me sembra il solito modo di vendere fumo. Del resto, non diversamente dall’Italia, il Regno Unito – che ha appena annunciato il programma di costruzione di 22 centrali – aveva poco prima (marzo 2006) annunciato anche che “La bonifica delle vecchie centrali nucleari britanniche costerà almeno 9 miliardi di £ in più rispetto alle stime previste. … sommergibili robot hanno scoperto vasti depositi di fanghi radioattivi che furono lasciati in serbatoi di stoccaggio sotterranei a Sellafield decenni fa e dimenticati. … potrebbero venire scoperti altri depositi dimenticati. Le stime precedenti per la bonifica dell’industria nucleare civile era di 56 miliardi di £”(62). Tra fughe di combustibile irraggiato e scorie dimenticate, Sellafield sembra proprio un esempio che la Gran Bretagna e i filo nucleari possono portare ad esempio e modello per il futuro!

Venendo in generale al problema dei costi, non sono certamente in grado di entrare nel merito dei calcoli, ma è necessario dare spazio a considerazioni e dati – la cui origine può difficilmente essere sottovalutata – di tono piuttosto diverso dai toni trionfalistici e incontrovertibili.

La Union of Concerned Scientists aveva già espresso forti riserve(63): “In ogni caso, storicamente i costi di costruzione sono stati drammaticamente sottostimati. La prima fase degli impianti nucleari costruiti negli USA tra il 1966 e il 1977 soffrì sforamenti dei costi dal 200 % al 380 %, secondo la Energy Information Agency. Questi sforamenti di costi – circa 100 miliardi di $ per i primi 75 reattori nucleari – furono tra i fattori che portarono alla cancellazione di circa metà dei progetti di costruzione di reattori negli USA. Dopo avere riesaminato quella storia, un rapporto del Congressional Budget Office del 2003 concludeva che il rischio di inadempienza delle imprese sui prestiti per nuove centrali nucleari è ancora «molto alto, ben superiore al 50 %». «Non vi è nessuna ragione per credere che l’industria sia cambiata», ha detto Block [manager del Nuclear Energy and Climate Change Project]. Egli ha puntualizzato che gli sforamenti dei costi negli anni ’60 e ’70 furono dovuti in gran parte alla mancanza di mano d’opera specializzata, difficoltà con le gettate di cemento e le saldature [la tecnologia nucleare richiede standard tecnici e costruttivi speciali, N.d.A.], e l’evoluzione dei progetti durante la costruzione. «Oggi questi stessi problemi assillano la costruzione dei nuovi reattori in Finlandia, Cina e Taiwan»”. Per il reattore EPR di Olkiluoto in costruzione in Finlandia, il ritardo nella costruzione che abbiamo già ricordato costerà, secondo il consorzio Elfi di utilizzazione dell’energia, 3 miliardi di euro in più rispetto ai costi che erano stati preventivati: bisogna chiedersi che senso hanno le previsioni di costi di 4 ÷ 5 miliardi di euro per le nuove centrali che vengono proposte!
Ma veniamo direttamente alle industrie statunitensi. Mi sembra che ci sia un dato incontrovertibile, decisivo a questo riguardo, che va al di là di tutti i sapienti calcoli che ci presentano i filo nucleari: quello che pensano, chiedono ed hanno realmente intenzione di fare le industrie nucleari e le banche statunitensi! O i nostri filo nucleari vorrebbero farci credere che le industrie private e le banche statunitensi sbagliano grossolanamente i loro calcoli?
Come sta realmente il problema del finanziamento, dei costi e dei rischi per la ripresa dei programmi nucleari negli USA? L’industria nucleare statunitense punta naturalmente in primo luogo a fare affari, ed esercita una fortissima azione di lobby su deputati e senatori di entrambi i partiti (l’appoggio più forte è fornito dal senatore repubblicano Domenici). Il problema di fondo è che le banche e Wall Street non sono molto inclini a prestare i fondi necessari, a meno che i prestiti non siano garantiti dal Governo Federale, “ricordando i progetti nucleari degli anni ’70 e ’80 assillati da ritardi normativi, sforamenti dei costi e il meltdown (fusione del nocciolo) di Three Mile Island. Secondo l’industria nucleare il Governo dovrebbe pertanto proteggere gli investitori nel caso i progetti iniziali andassero male”, riportava il Washington Post del 5 settembre 2007 (con il significativo sottotitolo: “Il finanziamento, più che la sicurezza, sembra il fattore chiave che determinerà se i progetti procederanno”(64)). Sei delle più grandi banche d’investimento del paese – Citigroup, Credit Suisse, Goldman Sachs, Lehman Brothers, Merrill Lynch, e Morgan Stanley – hanno recentemente dichiarato al DoE: “Crediamo che questi rischi, combinati con i costi più alti del capitale e i tempi di costruzione più lunghi per i reattori nucleari rispetto ad altri impianti di generazione, renderanno oggi i prestatori riluttanti ad estendere crediti a lungo termine”(65).
L’industria nucleare statunitense esercita quindi fortissime pressioni per ottenere dal Governo Federale garanzie sui prestiti (loan guarantees) per più di 50 miliardi di $ per i prossimi due anni: questo non sarebbe denaro che l’industria riceverebbe direttamente, ma una specie di premio di assicurazione per i banchieri per coprire i costi e qualsiasi prestito non rispettato. Circa 17 compagnie stanno considerando la costruzione di circa 31 reattori: al costo di 4,5 miliardi di $ ciascuno, si tratta di finanziare potenzialmente 110 miliardi di $. “Senza la garanzia federale sui prestiti tutto questo si fermerebbe”, ha dichiarato George Vanderheyden, della Constellation Energy, che ha proposto il primo nuovo reattore in circa 30 anni; e Michael J. Wallace (co-direttore esecutivo della UniStar Nuclear e vice presidente esecutivo della Constellation) conferma che “senza le garanzie sui prestiti non costruiremo centrali nucleari”. La Constellation (come tutte le industrie nucleari, e non solo) ha finanziato con centinaia di migliaia di $ i candidati federali, sia Repubblicani che Democratici, alle elezioni del 2006, in aggiunta a centinaia di migliaia di $ spesi in lobbying.
Il 31 luglio 2007 il New York Times riportava(66) che “un provvedimento di una singola frase nascosto nella energy bill passata recentemente al Senato, inserita senza dibattito dietro la pressione dell’industria nucleare, potrebbe dare ai costruttori delle nuove centrali i requisiti per ottenere garanzie governative sui prestiti per decine di miliardi di $”. Cosa cambia rispetto al passato? Come per il passato, il Department of Energy (DoE) potrebbe garantire il 100 % dei prestiti, e fino all’80 % del costo totale per costruire un reattore: ma il progetto di legge in sostanza consente al DoE di approvare tutte le garanzie sui prestiti che vuole, sia per nuovi reattori che per impianti che usino tecnologie “pulite” (oltre al nucleare, carbone “pulito” e rinnovabili). Questo è il grande cambiamento: attualmente (prima di questo disegno di legge) il Governo può garantire solo un volume di prestiti autorizzato ogni anno dal Congresso.
Questo è dunque il giudizio sui costi e i rischi dei progetti nucleari delle imprese private e le banche statunitensi (che dovrebbero saper fare i loro affari), di fronte al quale tutti i discorsi e i sapienti calcoli dei filo nucleari sembrano aria fritta!

Il caso della Francia: emblematico o eccezionale? Davvero più economico e sicuro?

Prima di venire specificamente al problema della sicurezza dei programmi nucleari futuri è opportuna una digressione sul caso della Francia, che i filo nucleari portano sempre come esempio di funzionalità ed economicità di un programma elettronucleare massiccio e coerente. I filo-nucleari si riferiscono al basso costo dell’energia elettrica che la Francia produce per via nucleare, ma lo Stato francese gestisce (o ha gestito fino a ieri), oltre all’intero sistema energetico, uno degli arsenali militari più moderni del mondo: sfiderei chiunque a suddividere i costi, dello Stato, tra civile e militare; questa politica ha inoltre portato ad una super-produzione di energia elettrica, che viene venduta a basso costo (su questo ritornerò). La situazione negli Usa è opposta: il programma militare è governativo, mentre l’energia elettrica è prodotta da imprese private, le quali sanno bene che il nucleare non è conveniente, tant’è vero che da un quarto di secolo non ordinano nuove centrali, ed oggi sono alla caccia di sussidi e di affari. Mi trovo in completa sintonia con le ulteriori osservazioni della Union of Concerned Scientists(67):

  1. la centralizzazione del programma francese, eccezionale e oggi non ripetibile, consentì la limitazione a pochi modelli standardizzati di reattori: il caso francese sarebbe difficilmente ripetibile, perfino in Francia oggi;
  2. il nucleare francese non competeva sul mercato internazionale dell’energia, prima dell’apertura recente al mercato europeo; il governo francese è sempre stato parco di informazioni, e ciò “rende difficile paragonare il costo dell’elettricità generata da fonte nucleare in Francia e negli USA”;
  3. l’eccessiva dipendenza dal nucleare rende il sistema rigido, e vulnerabile a circostanze esterne eccezionali: in occasione delle onde di calore e della siccità del 2003 e del 2006, mentre Germania e Spagna riducevano il livello di potenza, o chiudevano altre centrali, la Francia fu costretta a chiudere alcuni impianti nucleari e ad importare elettricità;
  4. non potendo ricorrere alle altre fonti energetiche comunemente usate per modulare la produzione di energia con le fluttuazioni della domanda (fino al 50 % nelle 24 ore), la Francia è costretta a ridurre i livelli di potenza dei reattori, o a spegnerne alcuni, e questo abbassa il fattore di carico attorno all’80 %, a fronte del 90 % dei reattori statunitensi(68);
  5. ma queste fluttuazioni della potenza dei reattori genera anche problemi di sicurezza, aumentando i rischi di improvvisi picchi di potenza, che potrebbero provocare danni significativi al combustibile, fino al caso estremo di meltdown;
  6. il sistematico ritrattamento del combustibile ha creato alla Francia notevoli problemi: l’accumulo di migliaia di tonnellate di uranio (che come combustibile è più caro del minerale di uranio) e di circa 50 tonnellate di plutonio (che era destinato al programma di reattori veloci, chiuso dopo le fallimentari esperienze di Phénix e Superphénix, mentre procede a rilento lo sviluppo del combustibile misto MOX, molte volte più caro dell’uranio leggermente arricchito: al ritmo attuale ci vorrebbero decenni per eliminare il plutonio accumulato fino ad oggi): “Le misure di sicurezza per questi depositi sono inadeguate”;
  7. in queste condizioni, “la Francia ha sospeso l’applicazione degli standard vincolanti di protezione fisica della IAEA, che la costringerebbero a innalzare la sicurezza”.

Si deve aggiungere che la Francia importa il 100 % dell’uranio che usa: fino ad oggi ha usufruito delle condizioni eccezionali di sfruttamento brutale delle risorse uranifere di paesi come la Nigeria, da dove per 40 anni ha importato il 30 % del proprio fabbisogno a prezzi ridicolmente bassi: ma le contraddizioni stanno esplodendo, la guerriglia si è sviluppata, il governo nigeriano ha appena imposto un aumento dei prezzi del 50 %, e nel futuro si prospettano aumenti maggiori, oltre che vere “guerre per l’uranio”, come già le “guerre per il petrolio”, e per tutte le risorse. Areva poi è accusata di avere creato una grave contaminazione ambientale da uranio in Nigeria e Gabon.
In Italia, poi, il problema sarebbe ancora diverso, poiché dopo il referendum del 1987 sono state smantellate gran parte delle strutture e delle competenze, e sfiderei chiunque a calcolare il costo per ricostituirle, al di là del costo specifico delle centrali nucleari (sull’Italia v. Parte 3).

Ridurre i costi è conciliabile con la sicurezza?

Insistiamo nuovamente sulla contraddizione tra il dichiarato aumento della sicurezza, l’allungamento della vita delle centrali più vecchie (e presumibilmente meno sicure!), nonché l’aumento consistente proposto del numeri di centrali. Ma vi sono problemi specifici.
Il documento dell’UCS analizza molto puntigliosamente il problema della sicurezza dei reattori di IIIa Generazione. L’attenzione degli “Scienziati preoccupati” è comprensibilmente incentrata sulla situazione statunitense, e in particolare sull’adeguatezza della NRC (National Regulatory Commission), dei suoi standard e delle sue procedure, ma molti aspetti riguardano i nuovi reattori. Per la NRC la conclusione è molto allarmante e senza appello: il generale processo di deregulation ha investito anche la NRC, essa non sta rafforzando gli standard di sicurezza, promuove una “cultura della sicurezza” inadeguata, è incapace di imporre le sue stesse regole, ha subito tagli dei fondi, ha addirittura limitato il diritto del pubblico a partecipare alle procedure di autorizzazione dei reattori, sono carenti i suoi metodi di terminazione e di analisi dei rischi, le metodologie di ispezione, gli standard di protezione dagli incidenti severi. In conclusione, “la sua politica sulla sicurezza dei nuovi reattori è un ostacolo per assicurare progetti migliori”(69).
La politica della NRC è legata direttamente con la progettazione e la realizzazione dei “reattori avanzati” di Generazione III e III+. La NRC infatti richiede solo che i nuovi reattori debbano fornire gli stessi livelli di sicurezza della generazione attuale di reattori: è evidente a chiunque che questo criterio è del tutto inadeguato e estremamente pericoloso in vista di un aumento massiccio del numero di reattori in funzione! Alla base di questo vi è una doppia contraddizione. In primo luogo, “la NRC è restia ad imporre standard di sicurezza più forti per i nuovi reattori perché questo implicherebbe che i reattori attuali non sono abbastanza sicuri. Pertanto la sua insistenza che le centrali attuali sono sicure è un ostacolo per lo sviluppo di centrali più sicure”(70). In secondo luogo, vi è la necessità di limitare i costi dei futuri reattori, come vedremo meglio. Non dobbiamo stancarci di ripetere che un grave incidente nucleare avrebbe conseguenze di gravità incalcolabile, per cui anche una remota possibilità deve essere esclusa, costi quel che costi: non è accettabile applicare a questo campo i tradizionali calcoli di costi-benefici.
Entrando nel merito della valutazione della sicurezza dei “reattori avanzati” di Generazione III e III+, l’UCS mette correttamente in primo piano il problema della necessità, e dell’attuale mancanza di verifica in condizioni di funzionamento prolungate, e non solo sulla carta.
“A causa delle grandi incertezze su come queste proposte funzioneranno effettivamente nella pratica, esse potrebbero non risultare realmente più sicure dei modelli attuali. … valutazioni del rischio dei progettisti trovano che la probabilità che questi reattori subiscano un incidente severo è molto minore. Per esempio, queste analisi mostrano che la probabilità di una fusione del nocciolo (meltdown) è 100 volte più bassa che per gli impianti attuali. Tuttavia, l’esperienza disponibile con reattori a scala naturale funzionanti a piena potenza è troppo scarsa per validare i modelli al computer di questi sistemi di sicurezza, producendo incertezze significative [paragonabili in grandezza con gli stessi valori predetti]. Nella sua analisi del progetto dell’AP600 – predecessore dell’AP1000 – la NRC assunse che le incertezze potevano aumentare la probabilità di un meltdown di un fattore 100. Se questo fosse vero anche per l’AP1000, annullerebbe il citato miglioramento di 100 volte della probabilità di meltdown, lasciando l’AP1000 vulnerabile al meltdown come i reattori attuali.”(71) [Neretto mio]
Qui entra in gioco il contrasto tra il miglioramento dei meccanismi di sicurezza e il contenimento dei costi: almeno negli USA, “i progettisti di questi reattori hanno anche indebolito le ‘difese-in-profondità’ (defence-in-depth), presumibilmente per tagliare i costi. Ad esempio, [i reattori di Generazione III+ AP1000 della Westinghouse e ESBWR della General Elestric] hanno sistemi di contenimento meno robusti, minore ridondanza di sistemi di sicurezza, e meno strutture, sistemi e componenti [SSC] per la sicurezza. … Poiché il cemento e l’acciaio incidono per il 95 % nei costi di capitale dei reattori attuali, Westinghouse ha scelto come priorità di ridurre le dimensioni degli SSC legati alla sicurezza, come l’involucro di contenimento”(72). [I costi dell’AP600 sono risultati troppo alti, nessuna impresa statunitense ha ordinato nessun reattore avanzato della Westinghouse e della General Electric]. “Se la probabilità di una fusione del nocciolo non viene ridotta, l’AO1000 può essere di fatto meno sicuro degli impianti attuali, perché il suo contenitore è meno robusto”(73). È degno di nota che il Commissariat à l’Énergie Atomique francese ha studiato indipendentemente se l’AP1000 manterrebbe il contenitore integro in un incidente di fusione del nocciolo e “non è giunto a un risultato positivo”(74).
Di fatto, il solo reattore che secondo l’UCS può risultare più sicuro di quelli attuali è l’EPR della francese Areva, per le condizioni poste dai governi francese e tedesco: stando al Rapporto della Commissione Europea, a differenza degli USA, “la progettazione dei sistemi nucleari in Europa si basa sul principio della ‘difesa-in-profondità’, che consiste nella prevenzione degli incidenti e nella mitigazione delle loro conseguenze”(75). Così il reattore EPR è dotato di una struttura di contenimento a doppia parete, e di quattro gruppi di sicurezza indipendenti, ognuno composta da una serie completa di sistemi di sicurezza progettati per mitigare un incidente, comprendente alimentatori di potenza di riserva. I ritardi e gli aumenti dei costi del reattore EPR in costruzione in Finlandia sono probabilmente dovuti anche alle richieste di miglioramento della sicurezza, ma potrebbero rendere questo reattore non competitivo sul mercato statunitense e mondiale: “a meno che la NRC imponga standard più restrittivi per i nuovi reattori, l’EPR ed altri modelli con maggiori margini di sicurezza si troveranno in svantaggio economico”(76).
Anche per gli altri reattori di Generazione III+ ancora in fase di studio, la UCS rileva seri problemi incerti e non risolti che rendono problematico stabilire se siano notevolmente più sicuri dei reattori attuali, e richiedono tempo per essere chiariti. Ecco dunque i motivi dell’incertezza sui tempi di commercializzazione: è significativo che le richieste di certificazione da parte della NRC o non sono state avviate, o sono ferme. Per il reattore PBMR ”a letto di sfere”, il consorzio che lo sta costruendo (che include British Nuclear Fuel e Eskom) sostiene che sia intrinsecamente sicuro, al punto da non richiedere un contenitore esterno resistente alla pressione, ma solo un contenitore più economico: ma la richiesta di certificazione non è ancora stata avviata. Per IRIS (International Reactor Innovative and Secure) il consorzio costruttore (guidato da Westinghouse) pretende non solo che non sia necessario il contenimento resistente alla pressione, ma nemmeno piani di emergenza esterni! L’abbassamento della sicurezza complessiva è chiaro a tutti, sacrificata sull’altare del risparmio economico: la richiesta di certificazione alla NRC è infatti di là da venire.
Da ultimo, è necessario ricordare che i programmi nucleari si estenderanno a nuovi paesi, spesso non particolarmente avanzati tecnologicamente, che non sembrano fornire le migliori garanzie nella gestione e la sicurezza, e dovranno dotarsi di strutture costose necessarie per sviluppare un’industria nucleare (autorità di sicurezza, cotesto giuridico, linee di trasmissione, ecc.).

Il problema della sicurezza per sabotaggi o attacchi terroristici

I rischi dei programmi nucleari civili sono accentuati, oltre che dai problemi di sicurezza interna, dai pericoli di sabotaggi esterni o attentati terroristici. Su questo problema i sostenitori del nucleare glissano, ma sembra che i rischi siano tutt’altro che remoti, e che sarebbero seriamente aggravati da un considerevole aumento del numero e della diffusione di centrali nucleari: è necessario ripetere sempre la motivazione che un grave incidente nucleare avrebbe conseguenze di gravità incalcolabile, anche sulle generazioni future, per cui deve essere assolutamente escluso! I criteri e le misure adottati per prevenire un attacco esterno sembrano del tutto inadeguati, anche dopo le ulteriori restrizioni imposte dopo l’11 settembre. Nella sostanza, la NRC sottovaluta per i piani di emergenza la possibilità di attacchi terroristici rispetto agli incidenti(77). La NRC richiede ai proprietari degli impianti di essere in grado di difendersi dall’attacco di un gruppo terroristico, nello schema di un “design basis threat” (DBT). Non so se definire ridicolo o grottesco il fatto – che naturalmente i sostenitori del nucleare ben si guardano dal menzionare – che la NRC sperimenta periodicamente falsi attacchi al livello DBT per stabilire se i proprietari degli impianti sono in grado di difendersi in modo efficiente: “tre falsi attaccanti riuscirono a entrare rapidamente e a simulare la distruzione di abbastanza apparecchiature da provocare un meltdown, sebbene gli operatori ricevano il preavviso tipicamente di sei mesi del giorno in cui il test avverrà. … Non vi è nessun regolamento che assicuri che le guardie di un impianto nucleare abbiano le capacità necessarie”(78). Anche i modelli presi in considerazione per attacchi aerei appaiono inadeguati ai rischi reali(79). “… il desiderio della NRC di evitare di imporre all’industria nucleare alti costi per la sicurezza incide sui requisiti di sicurezza”(80).
La difesa da attacchi più gravi del DBT è responsabilità del governo federale, il quale non ha dimostrato però la capacità di farlo.
Un problema particolare è rappresentato poi dalle piscine per la custodia del combustibile esaurito nei siti delle centrali, che non sono protette da edifici di contenimento, e sono quindi vulnerabili ad attacchi terroristici, che provocherebbero il rilasci nell’ambiente di grandi quantità di materiali radioattivi: la NRC prende in considerazione solo alcuni tipi di danneggiamenti gravi, ma non ne considera altri, semmai parziali ma dalle conseguenze non meno gravi, come incrinature delle piscine con fuoriuscita dell’acqua.

Il cavallo di battaglia (o di Troia) dei filo nucleari, le emissioni di CO2: il nucleare è veramente la soluzione?

Il problema dell’aumento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera e della crisi climatica è il vero cavallo di battaglia dei sostenitori del nucleare: e rischia di fare breccia, come argomento decisivo, in un’opinione pubblica scarsamente e superficialmente informata, e desiderosa di soluzioni salvifiche che (in apparenza) non l’impegni più di tanto. Ma le cose stanno realmente così? È stato osservato ripetutamente che solo le operazioni nel reattore sono “carbon free“, ovvero senza emissioni di CO2: tutte le altre operazioni della filiera del combustibile nucleare – dalla miniera, al trasporto, al trattamento, all’arricchimento, allo smaltimento dei rifiuti, al decommissioning delle centrali – non è affatto esente da emissioni di CO2. L’impianto di arricchimento di Paducah, nel Kentucky, utilizza due centrali a carbone da 1.000 MW(81); questo impianto ed un altro a Portsmouth, Ohio, rilasciano il 93 % del gas CFC emesso annualmente negli USA (il clorofuorocarbonio è un gas serra, e responsabile della distruzione della fascia di ozono stratosferico). Il Canada è il maggiore produttore mondiale di uranio, nello stato centrale di Saskatchewan, dalle società Cameco Corporation e Areva Resources Canada: questo uranio esportato negli USA, il principale acquirente, viene arricchito da due centrali a carbone (vi sono anche pressioni perché lo Saskatchewan si faccia carico del combustibile esaurito alla fine del ciclo).

Sono anche stati fatti calcoli precisi. Prescindendo anche dalle operazioni trasporto e ritrattamento del combustibile esaurito e di decommissioning, queste emissioni sono state quantificate ormai da molti ricercatori indipendenti dall’industria nucleare. I primi lavori furono pubblicati da Nigel Mortimer(82), fino a poco tempo fa capo unità delle ricerche sulle risorse presso l’università Hallam di Sheffield in Gran Bretagna; nel 2000 uno studio molto dettagliato(83) é stato condotto dagli olandesi Van Leeuwen, docente dell’Università di Gröningen, e Philip Smith, fisico nucleare. Questi studi rivelano che le emissioni di CO2 dipendono fondamentalmente dalla concentrazione di ossido di uranio (U3O8, detto anche “yellowcake“) nel minerale estratto, poiché essa determina la quantità di minerale che deve essere trattato per estrarre l’uranio. Per il minerale “high grade“, con un minimo di 0,1% di ossido di uranio, da ogni tonnellata di minerale grezzo si ricava un kg di ossido di uranio; invece per il più diffuso “low grade“, ossia con concentrazioni non inferiori allo 0,01% di ossido di uranio, per ottenere un kg di yellowcake occorre trattare 10 tonnellate di minerale! Se a questo si aggiunge la piccola percentuale (0,7 %) di U-235 nell’uranio naturale, Leeuwen e Smith concludono che il consumo di energia fossile per questi processi di fabbricazione è così grande che le quantità di CO2 emessa è comparabile con quella emessa da un equivalente ciclo combinato alimentato a gas naturale. D. T. Spreng(84) calcola che può essere necessario bruciare 200 kWh di idrocarburi per ogni 1.000 kWh di elettricità prodotta per via nucleare.
Occorre aggiungere che le quantità conosciute di riserve di uranio con “grado” superiore allo 0,01% sono molto limitate e che la maggior parte delle risorse sono low grade: con il contributo attuale alla produzione elettrica mondiale di circa il 16%, le riserve di minerale high grade possono durare pochi decenni con prezzi crescenti (non dimentichiamo che negli ultimi anni il prezzo dello yellowcake è sestuplicato, passando dai 20 $ per libbra nel 2000 a 120 $ per libbra nel 2007).
Sebbene queste analisi, che certamente devono essere approfondite, siano fondamentali per poter condurre un dibattito serio sul “ritorno al nucleare”, esse non vengono mai menzionate. Un altro aspetto critico nel processo di produzione di uranio è la grande quantità di acqua necessaria, anche questo sempre taciuto.
Ma, se anche si prendono per buone le affermazioni dei sostenitori del nucleare, il problema ha anche un altro aspetto decisivo: quale riduzioni delle emissioni ci si può aspettare dallo sviluppo di un programma nucleare massiccio? O, in altre parole, quale dovrebbe essere l’entità di tale sviluppo, e quali i suoi costi, per garantire davvero una riduzione apprezzabile delle emissioni?
È opportuno premettere – ricordando che il nucleare contribuisce alla produzione della sola energia elettrica – che in Gran Bretagna l’atomo produce il 18 % dell’energia elettrica (e tale percentuale diminuirà nei prossimi 15 anni), appena il 3 % del fabbisogno energetico totale; il dato è analogo per gli USA; se la Cina costruirà 40 reattori, coprirà appena il 4 dei fabbisogni elettrici, lo 0,8 % dei totali; l’India l’1 – 2 %. È davvero credibile che uno sviluppo, anche massiccio, del nucleare possa dare un contributo considerevole alla riduzione delle emissioni? A fronte dei rischi che comporta, e dei costi.
L’interessante Dossier della rivista Science del 2005 che abbiamo già citato(85) riportava un autorevole parere di Cochran, del National Resources Defense Council, il quale “non vede il nucleare come una buona opzione”: egli calcola infatti che, anche “un obiettivo modesto – evitare con il nucleare un piccolo aumento (0,2o C) del riscaldamento globale per la fine di questo secolo” – “richiederebbe di elevare il numero di reattori nel mondo dagli attuali 441 ad almeno 700 per la metà del secolo, e mantenerne stabile il numero per 50 anni. Per coprire la chiusura degli impianti obsoleti, questo richiederebbe la costruzione di 1.200 nuove centrali, ad un ritmo di 17 all’anno. Le necessità di supporto sarebbero impressionanti: una decina di nuovi impianti di arricchimento per il ritrattamento, lo stesso numero di depositi di scorie delle dimensioni di Yucca Mountain se non si facesse il ritrattamento, o centinaia di migliaia di tonnellate di materiale da custodire durante il ritrattamento. … una rinascita nucleare non vale il rischio”.
Non dissimili le valutazioni dell’UCS(86). Se la domanda di elettricità negli USA nel 2050 rimanesse quella attuale, per raddoppiarne la percentuale prodotta dal nucleare (20 % oggi, da 104 reattori) si dovrebbero costruire circa 100 nuovi reattori: poiché la produzione di elettricità contribuisce oggi per un terzo alle emissioni di CO2, 100 reattori in più ridurrebbero le emissioni appena del 6-7 % rispetto a oggi. Si tenga presente che per evitare cambiamenti climatici dannosi le emissioni dovrebbero essere ridotte dell’80 % nel 2050! In assenza di misure addizionali di risparmio e di efficienza i consumi elettrici negli USA quasi raddoppieranno da qui al 2050.
Se si viene, più modestamente, al nostro paese, c’è da chiedersi, anziché vaneggiare di improbabili centrali nucleari, quali risparmi di produzione di CO2 (per non parlare di quelli economici, e ambientali) sarebbero stati possibili rinunciando alla costruzione di qualche autostrada, dell’Alta Velocità ferroviaria, e si fosse invece ridotto consistentemente il trasporto su gomma valorizzando una delle reti ferroviarie migliori del mondo.

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NOTE SEZIONE 2

38. The Sustainable …, cit., p. 21.
39. World Energy Outlook 2006, OECD/IEA (http://www.worldenergyoutlook.org/).
40. The Sustainable …, cit., pp. 16-17.
41. The Sustainable …, cit. p. 20.
42. The Sustainable …, cit. p. 21.
43. Greenpeace News, III0 Quadrimestre 2007. p.12. Alessandro Iacuelli, “L’ENEL nucleare e i reattori VVER”, 04/03/2007, http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=14707
44. Mathis, Monti, cit., p. 42.
45. Ivi, p. 39.
46. “Olkiluoto-3 completion targeted for summer 2011”, http://www.platts.com/Nuclear/News/7764540.xml
47. The Sustainable …, cit. p. 21.
48. Ivi.
49. Ivi.
50. Mathis, Monti, cit., p.59.
51. V. ad esempio il manifesto, 16/01/08, p. 11.
52. I reattori ad acqua leggera devono usare uranio arricchito, al 2 – 3 % (nell’isotopo fissile U-235). Per potere usare uranio naturale è necessario usare l’acqua pesante, D2O: infatti l’idrogeno ordinario assorbe fortemente i neutroni e non consentirebbe di sostenere la reazione a catena nell’uranio naturale, mentre il suo isotopo deuterio, D, composto da un protone ed un neutrone, non è un così forte assorbitore di neutroni.
53. Il PBMR usa una diversa geometria del combustibile: il letto di grafite, che funge da moderatore e da struttura portante, viene riempito di biglie, o di blocchi esagonali, rivestiti di carbonio e contenenti il combustibile in particelle di misura dell’ordine del millimetro. Richiedono un forte arricchimento in materiale fissile (uranio, torio) e sono raffreddati ad elio: offrono un alto rendimento e, essendo il materiale nucleare sparso in modo meno denso, sono più sicuri e rendono più difficile a potenziali terroristi estrarre materiale militare.
54. Mathis, Monti, cit., p.59.
55. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., p. 57.
56. “Is the friendly atom poised for a comeback?”, Science, Vol. 309, 19 agosto 2005, pp. 1168-1179.
57. Mathis, Monti, cit., p. 58.
58. “L’India non aveva a suo tempo aderito al TNP, coerentemente con la decisione di procedure in proprio al loro sviluppo e dispiegamento; ciò ha comportato che l’India è stata esclusa dal trasferimento di tecnologie e materiali nucleari, anche per usi civili … ed è stata costretta allo sviluppo autonomo di un complesso sistema integrato civile-militare … Evidentemente, per rendere credibili gli ambiziosi traguardi [v. sopra] il governo indiano ha ritenuto indispensabile addivenire a questo accordo, di fatto rinunciando alla piena autonomia anche per gli aspetti militari” [!?] (Mathis, Monti, cit., pp. 39-40). Viene chiaramente occultato o sottovalutato il problema degli armamenti nucleari e della proliferazione (che fa comodo solo per attaccare l’Iran), Washington appare come la società di S. Vincenzo che fa l’opera buona di controllare lo sviluppo degli armamenti nucleari indiani, vengono taciute le traversie e le difficoltà incontrate dall’accordo (ancora contestato dai partiti indiani governativi di sinistra), vengono taciute le finalità anti cinesi, in una visione idilliaca di “volemose bene” a livello mondiale sulla quale ritornerò nelle conclusioni.
59. Wall Street Journal (Eastern edition), New York, 04/01/2007, p. A.15.
60. Nature, Vol. 451, Issue n. 7175, 10/01/2008, pp. 107, 114.
61. Mathis, Monti, cit., p. 64.
62. Andy McSmith, “Cost of nuclear clean-up is £9bn more than predicted”, The Independent, 30/05/2006, http://news.independent.co.uk/uk/politics/article354488.ece
63. Union of Concerned Scientists (1 novembre 2007): http://www.ucsusa.org/news/press_release/congress-should-cut-nuclear-0074.html
64. Dan Morse, The Washington Post, 05/09/07, p. B05 (http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/09/04/AR2007090402002_pf.html).
65. Riportato da Environmental and Energy Study Institute, Conferenza Stampa, 30/10/07, http://www.eesi.org/briefings/2007/Energy%20&%20Climate/10-30-07_loan_guarantees/loan_guar_notice.html
66. Edmund L. Andrews e Matthew L. Wald, The New York Times, 31.07.2007 (http://www.nytimes.com/2007/07/31/washington/31nuclear.html?_r=1&oref=slogin).
67. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., Box 5, pp. 50-51.
68. Riguardo al fattore di carico – portato dai fautori del nucleare come uno dei grandi meriti (Mathis, Monti, cit., p. 38), salito in media nel mondo dal 71 % nel 1990 all’81 % nel 2003, e negli USA all’89 % – la UCS solleva peraltro importanti rilievi critici, legati alla sicurezza (UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., p. 19-20). Considerando, invece, la durata delle chiusure delle centrali per problemi di sicurezza (fra altre quella citata di due anni del reattore dell’Ohio del 2002), la UCS rileva che “la NRC ha consentito a reattori con problemi di sicurezza noti di continuare ad operare per mesi, a volte anni, senza richiedere ai proprietari di riparare i problemi. … la NRC ha svolto un lavoro carente di regolare la sicurezza dei reattori di potenza. Un regolatore efficiente non sarebbe né ignaro né passivamente tollerante di problemi di sicurezza così seri da richiedere un anno o più per risolverli”.
69. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., p. 3; ma v. anche in particolare pp. 20-29.
70. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., p. 26.
71. Ivi, p. 54.
72. Ivi, p. 55.
73. Ivi, p. 60.
74. Ivi, p. 59.
75. The Sustainable …, cit. p. 24.
76. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., p. 61.
77.Ivi, pp. 4, 32-36.
78. Ivi, p. 35; Daniel Hirsch, David Lochbaum e Edwin Lyman, “The NRC’s dirty little secret”, Bulletin of the Atomic Scientists, Vol. 59, n. 03 (May/June 2003), pp. 44-51, http://www.thebulletin.org/article.php?art_ofn=mj03hirsch.
79. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., Box 2. p. 34.
80. Ivi, p. 5.
81. Helen Caldicott, “Nuclear power is the problem, not a solution”, http://www.icucec.org/art-caldicott.html.
82. N. Mortimer, “Nuclear power and global warming”, Energy Policy, 19:76-8, Jan-Feb 1991.
83. Jan Willem Storm Van Leeuwen e Philip Smith, “Can nuclear power provide energy for the future; should it solve the CO2-emission problem?”, 2005, http://www.stormsmith.nl; Sergio Zabot, “Ma l’energia nucleare è davvero “carbon free”?”, 12/12/2007, http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=1949.
84. http://italy2.peacelink.org/mosaico/docs/1923.rtf; per la contabilità del ciclo di produzione dell’uranio, vedi anche: Gavin M Mudd, e Mark Diesendorf, “Sustainability Aspects of Uranium Mining: Towards Accurate Accounting?”, http://nzsses.auckland.ac.nz/conference/2007/papers/MUDD-Uranium-Mining.pdf.
85. “Is the friendly atom poised for a comeback?”, Science, Vol. 309, 19 agosto 2005, pp. 1168-1179.
86. UCS, Nuclear Power in a Warming World, cit., Box 2. p. 12.
87. Mathis, Monti, cit., p. 60.

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