Il Nucleare in Italia

Il Nucleare in Italia

L’Italia, tra i grandi Paesi industrializzati, ha scelto di uscire dal nucleare con il referendum del 1987 ma evidentemente, ed i molti incidenti nucleari che si sono succeduti negli ultimi tempi (anche in paesi avanzati come gli Stati Uniti o il Giappone) purtroppo dimostrano che è necessaria oggi più che mai una politica internazionale per l’uscita definitiva dal nucleare, sia civile che militare. L’Italia ha pronunciato un “no” storico al nucleare ma a distanza di quasi 14 anni dal referendum sul nucleare (8 novembre 1987) siamo ancora ben lontani dalla chiusura di quella coda “velenosa” costituita dalla sistemazione delle prodotte nel corso del tempo e dallo smantellamento delle centrali nucleari.

Il nostro territorio è infatti cosparso di siti di raccolta e di stoccaggio di scorie e veleni pericolosi, che costituiscono un potenziale di inquinamento che non è più possibile sottovalutare. Basti pensare che nel febbraio del 1998 è iniziata la scarica del “nocciolo” del reattore di Caorso che aveva ancora – dopo più di dieci anni – la sua carica di combustibile: un esperimento unico al mondo, un reattore carico di uranio e posto per così tanto tempo in “sicurezza attiva”, dimenticato un po’ da tutti. Bisogna stabilire delle responsabilità amministrative ed operative per questa situazione, e chiedere con forza che la decisione dei cittadini italiani di vivere lontani da fonti di potenziale inquinamento radioattivo venga rispettata sino in fondo. Incidenti come quelli recenti di New York e Giappone dimostrano che bisogna investire di più sulla ricerca di fonti energetiche alternative e sostenibili: e qui il nostro paese si trova ad oggi in un ritardo gravissimo.
Sono ben 173 i casi di traffici illeciti di materiali e fonti radioattive accertati in Europa dal 1992 al 1998; ancora 580mila metri cubi di materiali radioattivi in Europa, di cui 24mila in Italia, giacciono in attesa di adeguato smaltimento. Nei prossimi cinque anni – senza considerare i residui delle centrali nucleari dismesse – se ne aggiungeranno altri 220mila, raggiungendo un volume di 800mila metri cubi. Nel nostro paese oltre 23.000 mc di materiale irradiato, eredità della nostra radioattività nel settore nucleare (impianti nucleari di ricerca, centrali elettronucleari, attività mediche ed industriali) stoccato in parte in 21 depositi progettati inizialmente per essere utilizzati solo come soluzione temporanea. Di questa mole di rifiuti, circa 21.000 appartengono alla prima e seconda categoria, i restanti duemila alla terza, per un attività complessiva di quasi 10 milioni di miliardi di Bq. Tra le situazioni critiche segnaliamo, quelle di Saluggia in Piemonte e di Trisaia in Basilicata. Soprattutto il centro piemontese è oggi la più grande sede di depositi ed impianti per scorie radioattive d’Italia.

La questione della localizzazione dei siti di smaltimento e la strategia prevista per lo smantellamento degli impianti nucleari – che si prevede sarà una attività di enorme rilievo economico nel prossimo futuro – sono oggi temi non più rinviabili per almeno due motivi:

a) le risorse umane tecnico-scientifiche sono in declino e in parte già ridotte dai pensionamenti, il che potrebbe comportare la necessità di “comprare” i servizi per la chiusura del nucleare in un altro paese;

b) le strutture e le modalità con cui sono oggi conservate le scorie nucleari non sono state progettate per il lungo o lunghissimo periodo il che, dunque, pone una questione sulla sicurezza della salute e dell’ambiente.

Rimane evidente che senza la creazione di uno o più siti per lo smaltimento dei rifiuti nucleari nemmeno le attività di smantellamento potranno iniziare: gran parte del volume delle scorie, infatti, sarà costituito proprio da quelle parti degli impianti nucleari che, in quanto contaminate a vario livello, sono scorie esse stesse.
Ma se questo rappresenta la situazione odierna, dove il problema più attuale resta quello della gestione dei rifiuti radioattivi e della sicurezza dei lavoratori addetti, rimane il grosso punto interrogativo di quello che può essere accaduto in passato e nel corso di tutti questi anni in aree come quella del Garigliano, l’area posta tra il Volturno e il Garigliano e che si estende tra le province di Latina, quella di Caserta e l’Abruzzo. Un entroterra che si apre sul mar Tirreno con il golfo di Gaeta ed il promontorio del Circeo, che nel 1983 fu al centro di una “giallo” su una presunta contaminazione del territorio, peraltro mai dimostrata.
Fonte: Legambiente Solidarietà

Nella Sezione:

MAPPE NUCLEARI PER L’ITALIA di Greenpeace Italia
Se dovesse tornare il nucleare in Italia, sarebbero pochissimi i territori che potrebbero ospitarlo. Grazie all’analisi di tre importanti mappe, ormai dimenticate, sveliamo perché lo stivale è assolutamente inadatto alle centrali nucleari.
RISCHIO E PIANI D’EMERGENZA
Contrariamente all’opinione più diffusa il rischio nucleare in Italia non è scomparso con la chiusura delle centrali nucleari sul territorio nazionale. L’incidente di Chernobyl ha infatti messo in evidenza come, in condizioni di diffusione atmosferica sfavorevole, incidenti ad impianti nucleari lontani dal territorio nazionale possano determinare contaminazioni radioattive su lunghe distanze di acqua, aria e suolo.
LA MAPPA DELLE SCORIE
Sono circa 90 i capannoni e bunker che da un capo all’altro dell’Italia già ospitano depositi di rifiuti radioattivi e di combustibile irraggiato. Di questi 90 capannoni, 20 si trovano nel Lazio, 16 in Piemonte, 12 in provincia di Matera e 10 in Lombardia.
I PORTI ITALIANI A RISCHIO NUCLEARE
L’uso dell’energia nucleare in ambito militare non si è limitato nel corso degli anni alla produzione di armamenti di potenza devastante, che tuttora insidiano il mondo; l’energia nucleare è stata utilizzata anche per scopi meno distruttivi ma comunque notevolmente pericolosi come la propulsione di navi e sottomarini.
LE ATOMICHE
Ancora 31.535 bombe atomiche sparse nel mondo
Secondo un recente studio del Natural Resources Defense Council ci sono ancora 31.535 bombe atomiche sparse nel mondo, e il numero e’ da ritenersi sicuramente sottostimato in quanto considera solo gli stati che hanno ammesso ufficialmente di possedere armi nucleari.
L’EREDITÀ NUCLEARE: SOGIN, UN’ESPERIENZA ALLARMANTE
Di Daniele Rovai
L’Italia è ancor oggi un paese nucleare. Nel 1987 il governo decise una moratoria di 5 anni per valutare se abbandonare o seguire quella strada. Nel 1990 prima della scadenza della moratoria, si decise di chiudere con il nucleare ordinando all’ENEL, allora ente statale, di collocare le proprie centrali in “custodia protettiva passiva” e di preparare le istanze per per il cosidetto “smantellamento differito”.

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