Gli Insegnamenti

La Presentazione del Progetto Humus:

Gli Insegnamenti

Il percorso del progetto è stato (ed è) molto complesso. Tante sono state le difficoltà incontrate che hanno prodotto (pur senza arrestane il cammino) improvvise battute d’arresto.
Una di queste difficoltà riguarda l’aspetto finanziario.
Alla credibilità ed ai riconoscimenti ottenuti, si è contrapposta,infatti, la difficoltà ad ottenere risorse economiche, verso cui sono sempre attivate gran parte delle energie (ricerca di sponsor istituzionali e privati). Il progetto si regge, per buona parte, sulle risorse derivanti dal volontariato (tutti, responsabili e collaboratori del progetto, sono volontari).

La connotazione del volontariato è importante per due sostanziali ragioni:

  • il raccordo con il volontariato è quello che permette di realizzare dinamiche di confronto su comuni spinte ideali
  • la presenza del volontariato permette di isolare eventuali spinte personalistiche e garantisce un prezioso contributo di progettualità e di aggiornamento (assumono valore rilevanti le trimestrali riunioni di coordinamento aperte ad ogni tipo di contributo).

Ma la difficoltà maggiore, in Italia, è stato il vivere la condizione di volontario mediandola con la concretezza. Puntare sulla concretezza del volontariato è un percorso complesso: il più delle volte si pensa che sia sufficiente lavorare bene nei paesi sedi dell’intervento per sentirsi a posto. Invece, oltre a fare le cose, bisogna anche saperle comunicare efficacemente. Questo gap iniziale ha condizionato lo sviluppo originario del progetto in quanto ad ostacolare gli investimenti nella comunicazione sono stati i rapporti iniziali tra costi e utilità: ogni euro dedicato alla raccolta fondi veniva percepito come sottratto alle attività sul campo, e gli investimenti necessari inizialmente sembravano penalizzare le esigenze del progetto. Lo scopo a cui tendere è stato ed è quello di cercare forti legami con varie realtà territoriali, e di puntare alla maggior visibilità, fatta salva, in ogni caso, la più assoluta trasparenza. I volontari del progetto, come hanno profuso in esso le proprie disponibilità alla solidarietà, parimenti devono fare in modo che queste disponibilità abbiano la possibilità di concretizzarsi da parte di altri soggetti.
Le difficoltà più grandi riscontrate, invece, in Bielorussia, a parte gli aspetti organizzativi, sono dipese e dipendono soprattutto dal fatto che ogni tipo di aiuto tende ad essere percepito in maniera strumentale (fonte di arricchimento e/o prestigio) o ricondotto il più possibile su versanti utilitaristici; viene confuso il ruolo del volontario, proponente il progetto, con quello del finanziatore o, per usare un’espressione della cultura slava, con quello del “dobri djadja” (lo zio generoso).
Considerazioni culturali, storiche, politiche ed economiche sono alla base di tutto ciò. Non ultimo è da sottovalutare l’atteggiamento di parte dei paesi occidentali e/o ricchi. E’ un dato di fatto che la Bielorussia è uno dei più grandi laboratori a cielo aperto dell’intero pianeta e background ideale per esperimenti e verifiche (quello che è successo è 200 volte superiore alla bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki). Tralasciando i progetti speculativi delle agenzie e delle lobby del nucleare tesi fisiologicamente a dimostrare la minimizzazione dei rischi, molti degli altri progetti presenti in Bielorussia sono tesi a finanziare, per l’80% del loro budget, il lavoro dei ricercatori. Ammessa l’utilità a livello scientifico e per i posteri di tali ricerche, rimane l’amarezza nel notare che una modesta quota di questo grande flusso di denaro viene investita per le effettive necessità delle popolazioni residenti nei territori contaminati.
Di tutto ciò è doveroso tenerne conto senza, per questo, ricondurre le dovute e necessarie implicazioni e valutazioni a cumulative e grossolane semplificazioni.
E’ necessario, invece, ridare dignità e prospettiva al grandissimo retroterra culturale ed alle potenzialità intellettuali mortificate, ma presenti nel paese, facendolo risorgere dal nichilismo, dal fatalismo, dalla rassegnazione e dall’apatia che l’incidente di Cernobyl (e non solo) ha amplificato, soprattutto nelle sfere sanitarie, politiche e socioeconomiche. Per esempio, nel campo della radioprotezione gli stessi istituti coinvolti nel progetto (Università Sakharov, Nii Radiologhi, Komchernobyl) sono portatori di conoscenze e studi ad altissimo livello. La situazione economica non permette, però, di diffondere, come dovuto e necessario, questo enorme patrimonio verso tutti gli strati della popolazione: non mancano le idee e le conoscenze, mancano gli strumenti, e le modalità conseguenti, per veicolarli. (Mancano, per esempio, i soldi per istruire corsi di formazione per gli insegnanti che svolgono la loro funzione pedagogica nei territori contaminati, mancano i presidi per fornire raccomandazioni, mancano i soldi per analizzare il latte contaminato dei contadini e così via).
Se l’economia assume un ruolo così rilevante è necessario fare in modo che le ragioni della solidarietà possano essere, in parte, di sostegno: senza la pretesa di realizzare piani di investimento, ma semplicemente creando in loco possibilità di prospettive reali in cui far coagulare e rendere propositive le potenzialità, le professionalità e le idee presenti; ma soprattutto cercando di far emergere ed esaltare le motivazioni, le responsabilità individuali e delle istituzioni locali, l’autostima collettiva, il comune senso di appartenenza per investire in un futuro, se non entusiasmante, almeno possibile.
Il progetto, pertanto, come strumento e non come presunzione di verità: strumento perfettibile, correggibile, forse parziale, ma teso a non perdere di vista le finalità e gli obiettivi e pronto a viverne le contraddizioni e ad accettare con umiltà gli errori di percorso (e questa è la sfida più difficile).
Nondimeno vanno dimenticate le possibilità che il progetto può apportare allo scambio di idee veicolando (seppur a livello minimo, ma costante) modalità di confronto democratico ed ambiti svincolati da una eccessiva giustificazione della contingenza grazie all’utilizzo di strumenti quali la condivisione e la partecipazione attiva di diversi soggetti (dal livello centrale a quello periferico).
Tutte le valenze di queste considerazioni (seppur espresse in maniera non approfondita), più altre tipiche della filosofia della cooperazione, offrono gli strumenti e le chiavi interpretative per gli sviluppi degli interventi progettuali. Grande importanza per la loro riuscita rivestono, inoltre, gli aspetti procedurali. Gli aspetti formali, seppur ostici e complessi, sostanziano e realizzano le condizioni di fattibilità del progetto ed offrono elementi di concretezza e di confronto reale senza delegare all’indeterminatezza ed all’elisione delle responsabilità le tappe evolutive del progetto.
In questo ambito sono fondamentali gli accordi di collaborazione e le caratteristiche che ne sono state individuate: il rigore; la chiarezza (anche estenuante nel tempo) degli obiettivi; la costanza della presenza in loco o direttamente o con strumenti indiretti, ma necessari ad esercitare non solo un controllo oggettivo, ma anche (e soprattutto) in grado di stimolare una crescita al confronto ed alla successiva autogestione; la consapevolezza di rapporti defatiganti; la necessità di vincolare le assunzioni di responsabilità dapprima nei contenuti, poi nei tempi, negli strumenti, nelle forme di corresponsione, nelle modalità di erogazione dei contributi (tramite sottoscrizione di impegni) e nel sistema istituzionale locale (allo scopo di superare tentativi di “personalizzazione” dei rapporti ed indirizzare alla maggior “trasparenza” possibile).
Questione nodale diventa, pertanto, la delega. In un rapporto di partenariato la delega dovrebbe essere frutto della condivisione degli obiettivi e di un rapporto paritetico nella stesura del piano di intervento, pur riconoscendo le funzioni peculiari del soggetto proponente (soprattutto a livello di investimenti) e di quello beneficiario. Il rischio della delega in Bielorussia, tralasciando l’aspetto speculativo nei confronti dei finanziamenti, è lo stravolgimento o l’indirizzo del progetto verso settori congeniali all’ambito di intervento di ogni singolo partner, a scapito delle finalità originarie e generali. Per questo la delega deve essere il risultato di un processo fiduciario che, date le attuali condizioni in Bielorussia, necessita di tempi lunghi, di accordi di collaborazione consolidati e sperimentati e, soprattutto, deve contare (come già accennato) sulla maggior presenza locale del proponente. Al proponente spetta non solo il ruolo di un controllo attivo, seppur indirizzato con ostinazione e perseveranza verso una reciproca fiducia, ma quello, soprattutto, di non farsi coinvolgere dai meccanismi perversi della cooperazione, quali l’ineludibilità del percorso già avviato, i finanziamenti già assegnati, la credibilità investita ed assegnata, la necessità ed opportunità di non ammettere fallimenti. Il mantenimento dei ruoli di parte ( quello del proponente e quello del beneficiario ) che assicurino solo una visibilità esterna del progetto ed il mantenimento delle posizioni acquisite, ha causato il fallimento di molti progetti di cooperazione, nonché spreco di denaro. A lungo termine è più devastante dei benefici che si vorrebbero apportare con il progetto. Né, tantomeno, regge la scusa dell’emergenza a giustificare in ogni caso la necessità di ogni tipo d’intervento. Un conto sono gli aiuti indifferenziati, diverso è l’intervento in ambito di cooperazione. In Bielorussia l’emergenza iniziale è da tempo superata: quando l’emergenza iniziale finisce, inizia il tempo dello sviluppo, non solo economico, ma umano e sociale.
Se queste condizioni vengono, nel tempo, a mancare, bisogna (dopo averle tentate tutte) sapersi fermare (o meglio, sostare), senza percepire ciò come senso di sconfitta, ma con la consapevolezza di evitare false idee di sviluppo: con la speranza che il patrimonio investito abbia, nel frattempo, lasciato semi sotterranei e con la fiducia che essi possano germogliare riproponendo migliori condizioni di intervento.
Queste considerazioni non devono permeare di pessimismo gli interventi, anzi rafforzare l’ottimismo dell’ostinazione, della perseveranza e la capacità della mediazione razionale e rigorosa con l’intento di affiancare il cuore e la testa nel medesimo percorso.
Ma, nonostante tutto ed oltre alle varie ipotesi congetturali ed agli strumenti di cui ci si vuol dotare, è importante, soprattutto, uscire da un’ottica pregiudiziale: bisogna accettare per capire e non capire per giudicare.

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